Non lo pensavo possibile ed invece … dopo oltre 50 anni di vita ho scoperto, il 5 aprile, che non sono più alto come credevo da sempre 194 cm ma 195 cm.
Nulla di sconvolgente ma una bella notizia, o almeno così la ritengo; vero che i due metri tondi restano irraggiungibili ma quel centimetro in più è una gradita notizia. Certo non mi accadrà come a Vitangelo Moscarda, protagonista di “Uno, nessuno, centomila”: questo dettaglio non mi farà impazzire e rompere ogni legame sociale ma è una nuova scoperta e di questo sono contento.
Nel frattempo stanotte un sogno ha rallegrato il mio sonno pesante e rilassato; composto di due parti; nella prima parte mi trovo in strada con varie pattuglie e scopro di essere senza cappello, unico tra tutti. Un collega mi indica un’auto dove forse posso trovarlo ma lì ne trovo uno da donna; la collega proprietaria si dice disponibile a cedermelo. Io le rispondo che non avrei problemi ma che non sarebbe opportuno.
Nella seconda parte sono in un’aula, come se fosse un teatro; sulla scena ci sono il comandante e la vice di Modena, quasi si svolgesse un colloquio per un concorso.
Tocca a me per cui esco dal buio della platea e salgo sul palco; alla mia destra c’è un giovane (30/35 anni) moro con barba e baffi ben curati.
Inizio a parlare di qualcosa che ha a che vedere col pensiero di natura ma qualcuno (forse il comandante) mi interrompe obiettando che quel che sto dicendo sarebbe banale.
Rispondo con estrema tranquillità che sarà forse banale ma quel che dico è vero.
Mi giro verso il tizio che ho a destra e, con grande entusiasmo gli dico: “lei non ha idea di quale onore poter parlare davanti a lei, leggo sempre i suoi articoli sul Corriere”. Lui mostra di gradire.
Prima che io torni in platea quest’uomo mi fa dono di qualcosa che non so individuare, forse una medaglietta ricordo; mentre scendo le scalette, però, la collega seduta in prima fila mi indica qualcosa che mi sarebbe caduto, che io prontamente raccolgo, ringraziandola. La scena però potrebbe anche essere così: mentre scendo noto qualcosa che è caduto alla collega che mi ha preceduto ed è seduta al primo banco; glielo faccio notare, lo raccolgo e lei mi ringrazia.
Questo il sogno.
A questo sono da legare alcuni ricordi e considerazioni.
Lascio i ricordi per ultimi.
Ho fatto alcune riflessioni sul rapporto che instauro o provo a instaurare con le classi di colleghi o di aspiranti agenti.
L’idea è quella del negozio ovvero apertura e disponibilità come forme di offerta al pubblico perché chi è interessato ne approfitti; credo infatti che tutti coloro che mi hanno frequentato abbiano trovato un collega disponibile.
Oltre a questo, però, spesso e volentieri, mi succede di “costituire” un gruppo di élite, costituito di pochi elementi scelti, di solito giovani, di aspetto gradevole e dall’atteggiamento cordiale.
Nei confronti di questi vi è una maggiore apertura e coinvolgimento emozionale, quasi che con costoro ritenga possibile una “corrispondenza di amorosi sensi”.
Mentre con tutti vi è l’idea di un legame fondato sul lavoro, con questi ultimi, ipotizzo un rapporto “amoroso”, con un salto dal lavoro all’amore.
Ora vengo ai ricordi: mia madre, sin da quando ero piccolo, ha sempre sottolineato, quando c’era l’occasione, la mia bruttezza al momento della nascita; la lunghezza e la pelle scura facevano di me un neonato a suo dire davvero inguardabile, nato lungo e scheletrico, nonostante i 3,8 kg di peso. Opinione confermata dai parenti, non meno impietosi di mia madre. Non mi è stato nemmeno concesso il pietoso eufemismo che usano i napoletani a proposito degli scarrafoni.
Il che dice di un’idea di mancanza di partenza, com’ero mancante del cappello nel sogno.
Il secondo ricordo riguarda mia nonna paterna, che avrebbe, sempre a dire di mia madre, preconizzato il mio futuro professionale osservandomi nella culla; secondo questa nonna, visto che tenevo tra le mani il lenzuolino, una volta grande sarei diventato sarto.
Previsione errata come non è chi non veda.
Terzo ricordo: tra le mie gioie, ovvero gli oggetti preziosi, c’era, quella volta, tanti anni fa (non ho più gioielli di quel tipo, né di altro, non sono mai stati la mia passione), un piccolo braccialetto di quelli che si regalano in occasione del battesimo; rivedendolo, ormai bambino cresciutello, lo trovai forse arrugginito (o forse era soltanto diventato opaco, chissà) e mia madre, immancabile nei commenti acidi, così si espresse: “vedi come ti vogliono bene i tuoi nonni (ovviamente paterni), ti hanno regalato un braccialetto di oro falso”.
Quarto ricordo: mio fratello è stato un neonato assolutamente bellissimo, il figlio ideale per ogni mamma; biondo, paffuto, occhi azzurri, insomma un autentico neonato tirabaci.
Provo una sintesi
La bendisposizione di fronte ai giovani allievi non potrebbe essere vista come una trasposizione di qualcosa rimasto in memoria e legato a questi ricordi? Preso il posto di mia madre tratto loro come avrei desiderato essere trattato io, cioè favorito, considerato, apprezzato e privo di quella mancanza incolmabile che è la bellezza.
segue…
Parma, 9 aprile 2017, domenica delle palme