L’ultimo giorno è dedicato a Sachsenhausen, a poca distanza da Berlino e uno dei campi di concentramento più famosi della Germania nazista.
Ci arrivo dopo una lunga camminata, seguendo le indicazioni stradali: mi colpisce che il tragitto è in strade costellate da abitazioni borghesi, di quelle in cui ti aspetti di vedere il signor Schmidt ormai in pensione, intento a coltivare i fiori, oppure qualche gentile signora che si permette la variante dei nanetti in versione maliziosa.
Il tutto a due passi dall’orrore.
Il campo ha forma di triangolo equilatero, con simmetria data dalla perpendicolare e dalla Torre A; l’ingresso reca la famosa e famigerata scritta “Arbeit macht frei”. Ne resta poco, del campo originario, ma più che sufficiente per farsi alcune idee.
Si ripete l’impressione già provata nel più famoso campo di Auschwitz: tutto è ordine, simmetria, nulla sembra lasciato al caso, è il trionfo dello spirito organizzativo tedesco.
Ogni cosa sembra asettica e pare di essere all’interno di una efficiente fabbrica dismessa e non in un campo di concentramento.
Qui sono stati “ospitati” prima di essere aiutati a passare a miglior vita ebrei, omosessuali, zingari, prigionieri russi, politici, gli attentatori di Hitler, insomma non si sono fatti mancare niente, nemmeno le sperimentazioni mediche di vario genere.
Quando sento parlare di scienza e di scientificità di certi risultati mi viene in mente quanto siano stati considerati “scientifici” i risultati di “scienziati” come Lombroso o quelli sulle razze degli “studiosi” nazisti.
Sachsenhausen è stato poi utilizzato dai sovietici per rinchiuderci un bel po’ di tedeschi, trattati non esattamente on cortesia, anzi si potrebbe dire che chi di campo di sterminio ferisce.
Sono evidentemente giustificate le lamentele che traspaiono, nei racconti di crudeltà inflitte ai tedeschi, ma capisco che al termine di una guerra così terribile non ci si potesse aspettare molta umanità dai sovietici che, anche ai giorni nostri, non vanno molto per il sottile quando si parla di guerra, come la Crimea e l’Ucraina insegnano.
Tornato da Sachsenhausen mi sono dedicato ad una mostra che credevo interessante e invece… si è rivelata insoddisfacente.
L’evento è al Martin Gropius Bau, un palazzo molto bello, nel quartiere di Kreuzberg; la mostra si intitola Von Hockney bis Holbein, che tradurrei “da Hockney a Holbein”, un’esposizione dedicata, in realtà, ad arte contemporanea che non mi ha convinto per nulla.
A due passi da lì si trova anche un altro luogo che ha attirato il mio interesse, Topographie des Terrors (topografia del terrore), che è la zona compresa tra Niederkirchner Strasse e Wilhelm Strasse, dove un tempo si trovavano il quartier generale e le principali istituzioni dell’apparato del terrore nazista: la Gestapo, le SS, e gli uffici più importanti della Sicurezza del Reich.
Ci ho passato un bel po’ di tempo leggendo i vari pannelli, poi, uscito, ho letto un po’ quelli che si trovano appena sotto un tratto di muro ancora in piedi.
Calava la sera su Berlino ed era ora di tornare verso casa, ma a due passi c’era il famosissimo Checkpoint Charlie e visto che era a portata di mano… ci ho fatto un salto; una piccola orda di giovanotti attorniava una paio di uomini, di cui uno giovane, in divisa; sembravano soldati americani, anche se mi auguro che non lo fossero (visto il comportamento non certo marziale).