Roberto Berretta e Gian Paolo Bacchini

Sono trascorsi 17 giorni di clima pesante, alternato da qualche schiarita e pure qualche nuvolone che sembrava minacciare disastri e invece tutto è andato per il meglio ed oggi siamo tornati a casa.

Ancora una volta mi trovo a ringraziare, pubblicamente, un certo numero di persone che mi ha, anzi ci ha beneficato e non poco.

Inizio subito a parlare dei protagonisti che si chiamano Roberto Berretta e Gian Paolo Bacchini; due medici strepitosi.

Inizio dal dottor Berretta, le cui lodi ha già intessuto, spero di non ripetermi: professionalmente non ho la competenza per giudicare, com’è ovvio, ma guardo ai risultati ovvero a una mamma rimessa a nuovo, “tagliandata”.

Il dottor Berretta ha spazzato via l’immagine che io avevo in memoria del dottore vecchio stile, risalente, per me agli anni settanta, austero, distaccato, rigido ed avaro dispensatore di poche informazioni, centellinate come se provenissero da un dio dell’Olimpo.

Stavolta ho incontrato un giovane professionista, cortesissimo, comunicativo, disponibile, partecipe, un uomo che ha conquistato mia madre ed il sottoscritto per l’energia vulcanica che trasmette: ogni incontro, purtroppo sempre troppo pochi visto il piacere, è stato un momento di gradevolissima occasione di dialogo.

A lui va la mia stima e la gratitudine che sa bene di meritare.

Non da meno è il dottor Bacchini che cito al secondo posto non perchè meriti di meno, ma per via di una predilezione materna che lo vede solo un passo dopo il dottor Berretta ed il motivo è presto spiegato: come l’uno è comunicativo ed espansivo, l’altro è timido e riservato.

Ogni volta che ho occasione di incontrare il dottor Bacchini mi viene in mente l’immagine di un lord inglese, compassato, colto, raffinato: parla con tono basso e calmo, con linguaggio forbito che è un piacere starlo ad ascoltare.

Due uomini davvero straordinari nelle loro peculiarità: mi piacerebbe intervistare entrambi sui motivi che li hanno condotti alla scelta professionale che vivono con tanta passione.

Poichè non voglio scivolare nell’agiografia smetto di tesserne le lodi conscio di non essere riuscito a dire tutto quel che meritano.

Vengo anche ai loro colleghi, in particolare alla dottoressa Merisio, squisita in ogni occasione e agli altri medici di cui non conosco i nomi ma che sono stati davvero tutti cortesissimi e gentili: a ciascuno di loro vada la mia gratitudine.

Non solo medici, però: tutto lo staff è stato straordinariamente attento e pronto a rispondere ad ogni necessità con competenza, umanità ed attenzione; le infermiere sono state straordinarie e desidero davvero ricordarle quasi una ad una (qualche nome mi sfuggirà, lo stress ha pessimi effetti sulla memoria): Maria, Cristina, Carmela, Santa, Luisa, Marisa, poi le giovani ostetriche e le studentesse, tutte gentilissime e sempre attente ad ogni necessità.

Le operatrici dell’assistenza, finanche le signore addette alle pulizie non hanno mancato nel dare una mano con una gentilezza davvero squisita.

L’universo ospedaliero, in sè disumanizzante vista la promiscuità (che ci è stata però risparmiata), gli orari standardizzati, il ripetersi di comportamenti sempre uguali, rischia di isolare le persone e renderle ancor più fragili di quel che sono in partenza: tutto questo non è magicamente accaduto.

Ho sbagliato a scrivere magicamente: la magia non c’entra affatto: qui si è trattato di lavoro, di buon, anzi ottimo lavoro da parte di persone che sanno di avere a che fare con altre persone in difficoltà.

Ci sarebbe da trattare alcuni temi collaterali ma mi fermo qui.

L’esperienza, iniziata il 18 febbraio, si è conclusa bene e questo è quel che conta.

Addirittura è accaduto, il primo marzo, che mia madre mi abbia rivolto parole di questo tenore: “bravissimo, hai fatto proprio bene”. Stentavo a crederlo: un complimento; negli ultimi tre anni direi che ne ho accumulati forse tre, più di quanto ricordi nei 47 anni precedenti, scusate se è poco.

Mi viene in mente che ringraziare è un atto sovrano nel momento in cui riconosce ed imputa all’altro di aver ben lavorato con possibile profitto per entrambi; nel caso del paziente il profitto è evidente, qual è, invece, il profitto del medico?

Chiudo su questa domanda.

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