Ravenna mi vede tornare, ogni tanto, grazie al mio ottimo sindacato; normalmente approfitto di queste trasferte per visitare la città ed essendo risaputo che sono abitudinario, questo ho fatto anche stavolta, con profitto.
Una nota curiosa: visto il maltempo che spesso mi ha accompagnato in questa trasferta, devo rimarcare, però, anche un evento positivo, tanto banale quanto suggestivo: il mio tragitto dal bivio verso Ravenna fino all’ingresso in città è stato accompagnato da uno splendido arcobaleno, a volte anche doppio seppur incompleto, di grandi dimensioni; l’ho molto apprezzato.
Precedenza a salutare gli amici ma poi non si scherza e, nonostante la pioggia, a tratti anche consistente, via per la città, verso quel che non avevo ancora visto o che non ricordavo.
Mentre mi dirigevo vero il centro, mi sono fermato a fare colazione ed ho avuto il primo evento curioso: la barista, peraltro persona cortese, ha male inserito l’arnese che non so come si chiami, nella macchina del caffè, il che ha comportato una piccola esplosione, con liquido nero addosso alla barista e in giro per il bancone, con gran divertimento dei presenti, molto meno della povera coinvolta.
La prima tappa, scoperta davvero piacevolissima, è stata la Biblioteca Classense, un luogo fantastico; ho così scoperto che l’antica abbazia camaldolese di Classe venne espropriata da quel farabutto di Napoleone (come tantissimi altri beni di proprietà ecclesiastica, cosa che spero frutti al famigerato còrso una buona dose di anni di purgatorio) e trasformata in biblioteca civica.
Gli spazi sono ampi, il luogo accogliente (a parte la porta d’accesso al bar, che cigola con un frastuono udibile a distanza), la biblioteca è ben tenuta ed anche il personale che vi lavora è di estrema cortesia; ho potuto visitare il grande mosaico pavimentale ritrovato a Classe, molto bello e la sala dantesca, ex refettorio del monastero, un luogo splendido, di commovente bellezza.
Già il vestibolo promette bene, ma l’interno, col grandissimo dipinto “le nozze di Cana” di Luca Longhi ed il soffitto affrescato con il “Sogno di san Romualdo”, mantengono quanto ci si può attendere.
Questo santo, originario proprio di Ravenna, che fu anche abate del monastero di Classe e consigliere dell’imperatore Ottone III, fondò l’ordine dei monaci camaldolesi, per i quali adottò l’abito bianco proprio a seguito della visione rappresentata nel soffitto del refettorio, una processione di appartenenti al suo ordine, biancovestiti, che salgono una scala verso il paradiso.
Opera splendida.
All’interno della Biblioteca Classense è, poi, in corso un’esposizione di mosaici contemporanei, nell’ambito di RavennaMosaico – Rassegna Biennale di Mosaico Contemporaneo.
Girando tra gli scaffali della sezione lettura della biblioteca è possibile scoprire mosaici di piccole dimensioni ma, almeno in buona parte dei casi, deliziosi: molto bella questa di idea di mescolare libri e mosaici, anche se mi sono sentito un po’ in imbarazzo nel muovermi in un luogo che, per definizione, avrebbe bisogno del minor numero possibile di fonti di disturbo e distrazione.
Terminata questa breve visita eccomi nella sala a fianco, e dependance della Biblioteca Classense, quelle che erano in origine le stalle; qui la “Sala della Manica Lunga” ospita un’altra esposizione di mosaici contemporanei.
Ne ho trovati svariati assai curiosi e sicuramente gradevoli, altri, come spesso mi accade di fronte alle opere contemporanee, incomprensibili; nel complesso l’esposizione vale la pena di essere visitata e assolutamente lodevole è l’iniziativa di valorizzare l’arte del mosaico.
Già, il mosaico, un’arte che trovo affascinante, tanto da non essere sazio di quel che ho visitato e allora cosa meglio di TAMO, il museo dedicato all’avventura del mosaico?
Questo museo, ricavato all’interno della chiesa trecentesca di San Nicolò, mostra alcuni reperti sicuramente interessanti, ben esposti in un luogo comunque molto bello; oltre ad un percorso didattico che spiega l’arte del mosaico, c’è una esposizione a latere, nei chiostri, quella dedicata ai mosaici danteschi “Mosaici tra inferno a paradiso”, meritevole di una visita; ultimo reperto da visitare è il Genio delle acque, un mosaico rinvenuto in piazza Anita Garibaldi.
Non che sia un mosaico fuori dell’ordinario, tuttavia questo Genio delle acque, che poi altro non è che una protome barbata con una corona di foglie in testa, è comunque una testimonianza di quanto evoluto fosse il gusto degli antichi (siamo nel I sec. d.C.); ho scoperto, poi, che questa domus di via Anita Garibaldi, probabilmente a causa di un incendio, venne abbandonata, ricoperta di detriti e, su questo strato, riedificata un’altra non meglio identificata costruzione, le cui fondamenta hanno rovinato in parte la pavimentazione musiva.
Senza sequenza cronologica, ho visitato la tomba di Dante ed il quadriarco di Braccioforte; la tomba si trova a lato della chiesa di san Francesco (chiusa in quel momento per pausa pranzo) ed è stata una delusione: per Dante Alighieri mi aspetto qualcosa di molto più elaborato, drammatico ed articolato di un tempietto neoclassico qualunque, praticamente anonimo.
Sono poi tornato a visitare, l’ultima volta l’avevo trovata chiusa, la chiesa di san Giovanni Evangelista, che è nei pressi del Comando dell’ottima polizia locale ravennate.
Di questa chiesa c’è da notare il portale trecentesco che rappresenta l’apparizione del santo eponimo a Galla Placidia, perché è stata proprio questa straordinaria figura di donna e imperatrice che fondò la chiesa, per sciogliere un voto fatto in occasione del ritorno, via mare, a Ravenna, per insediare sul trono il figlio Valentiniano III e fungerne da reggente.
Salvatasi dai procellosi flutti, l’imperatrice, fece elevare come ex voto la chiesa in questione, riccamente decorata di mosaici (specie nell’abside) andati distrutti; non tutto è andato, però, perduto.
A causa dell’effetto della subsidenza (che ha origini antiche ma azione anche attuale) sono stati costruiti vari pavimenti sovrapposti, uno di questi, di origine medioevale, è stato rinvenuto grazie agli scavi risalenti della seconda metà del Settecento, voluti dall’abate Guaccimanni.
O meglio, sono stati rinvenuti dei lacerti di quel pavimento, risalente al XIII secolo, quando venne rialzato il pavimento di mezzo metro; i frammenti sono ora esposti lungo le pareti della chiesa.
Sono mosaici in gran parte in bianco e nero o colori comunque non molto dissimili, di sicuro molto meno elaborati di quelli parietali, tuttavia non privi di fascino.
Mosaici medioevali, quindi con rappresentazioni molto semplici, con figure non proporzionate, ma interessanti perché proprio grazie a questa semplicità dovevano essere facilmente comprensibili ai frequentatori della chiesa.
Vi sono rappresentati animali, anche fantastici, uno splendido unicorno, ed un bellissimo grifone, ad esempio, ma anche papere, un cervo, due pesci, una tigre, una volpe e piante varie, probabilmente rappresentazioni con valenza simbolica e moraleggiante.
Ci sono poi alcune scene che narrano della IV crociata, quella del 1202-1204, che vide l’attacco a Costantinopoli, saccheggiata brutalmente: splendidi i soldati armati di tutto punto, raffigurati con una semplicità ed un’immediatezza, quasi disegni di bambini, che ce li fa sembrare ancora intenti alla battaglia, alla faccia di tutti i ritrovati tecnologici dei nostri tempi.
Ci sono poi scene di amor cortese, che ai tempi andava di moda, e motivi geometrici per tutti i gusti.
Una Eva, che mai avrei saputo identificare, ed una sirena bicaudata completano le immagini che mi sono particolarmente piaciute e che fanno della chiesa di San Francesco Evangelista una delle tappe obbligate nella visita di Ravenna.
Il mio girovagare mi ha, infine, condotto al MAR, il museo d’arte della città di Ravenna, le cui collezioni ho avuto modo di visitare varie volte negli anni ma che un’occhiata la meritano sempre.
Durante il tragitto, stranamente visto il mio acutissimo senso dell’orientamento, ho sbagliato strada e mi sono ritrovato nei pressi del Battistero degli ariani, già visitato in altre occasioni ma essendo lì, a portata di mano, come non farci un salto ed un paio di foto?
Il costo del biglietto è 2 €, ho letto polemiche su googlemaps, che lo ritengono eccessivo; a mio parere chi non è disposto a pagare 2 € per visitare cotanta meraviglia non è degno di entrare in nessun luogo di Ravenna, il pagamento avviene tramite emettitrice automatica semplice da utilizzare ma che non accetta il bancomat (utile per i gruppi): tutto si può migliorare ma non mi perderei in questi dettagli, e non l’ho fatto, per dedicarmi a contemplare la cupola splendida che attende all’interno.
Il Battistero degli ariani sorge a fianco della chiesa dello Spirito Santo (chiusa al momento della visita), un tempo la cattedrale ariana di Ravenna, cui era annesso e collegato tramite l’episcopio, sopravvissuto solo nel cosiddetto muro di Droctulf.
Il Battistero, voluto da Teodorico, rappresenta l’unica costruzione del genere in Italia, il che la rende particolarmente interessante anche se dalla sua analisi non si ricavano indicazioni utili per capire l’estetica ariana.
La cupola rappresenta, nel clipeo, il Battesimo di Gesù, che viene presentato nudo e con tratti quasi femminei, immerso nell’acqua fino ai fianchi, accanto a lui il fiume Giordano personificato, Giovanni Battista e la colomba dello Spirito Santo.
Attorno alla scena c’è la processione degli apostoli, dai quali manca ovviamente Giuda Iscariota e compare Paolo di Tarso, morto anch’egli martire; gli apostoli recano una corona e sono separati da palme, citazione del Salmo 92:12, Justus ut palma florebit, il giusto fiorirà come palma, solo Pietro e Paolo si differenziano poiché recano, rispettivamente, le chiavi ed un rotolo con le Lettere.
Pietro e Paolo sono di fronte all’etimasia, un trono coperto da un cuscino viola sul quale poggia una croce gemmata e che rimanda alla parusia, la seconda, definitiva, venuta di Cristo Signore.
Tutti hanno le mani coperte da un velo, come segno di rispetto, secondo le tradizioni orientali.
Una visita gradevolissima ed istruttiva, allietata anche dalla conversazione con una gentilissima custode.
Eccomi, infine al MAR, Museo d’arte della città di Ravenna: in questa occasione, dopo un salto veloce al sarcofago di Guidarello Guidarelli, di cui già ho parlato tempo addietro, mi sono dedicato alle due mostre temporanee che sono una costante di questo benemerito museo, sebbene non sempre ne condivida le scelte.
La prima è dedicata a Chuck Close, personaggio ovviamente sconosciuto alla mia grassissima ignoranza.
Questo artista si è dedicato al mosaico, anche se io mai lo avrei riconosciuto come mosaico, ed ha lavorato su ritratti di grandi dimensioni, utilizzate per decorare la stazione Second Avenue-86th Street di New York City; al cosa curiosa di alcune di queste opere sta nel fatto che, guardandole a occhio nudo apparivano come una sorta di dipinto astratto, mentre osservandole attraverso la macchina fotografica, acquistavano le forme di un volto.
Mi hanno fatto venire in mente l’anamorfismo che ho visto in varie opere sparse per l’Europa, ma il riferimento è del tutto incongruo; guardando, in un secondo momento, le foto, l’effetto sembra svanito ed i volti tornati al primitivo caos indistinto.
La seconda esposizione si intitola “Forever young” e propone le opere di Riccardo Zangelmi, tutte realizzate coi mattoncini LEGO®.
Se l’idea di base del mosaico è l’assemblaggio delle tessere di colori diversi, anche i mattoncini LEGO® possono rientrare in questa amplissima definizione; il fascino di queste opere in cosa consiste?
Nel farci sentire bambini, perché tutti abbiamo giocato coi famosi mattoncini, e nel suggerirci, attraverso immagini suggestive, un mondo dell’infanzia che non è dei bambini ma degli adulti che l’infanzia hanno idealizzato, da “buoni” nevrotici.
Ultima esposizione in corso si intitola “Vanitas. Niki de Saint Phalle”; si tratta di un solo pezzo, Tête de Mort, un teschio di enormi dimensioni, tutto foderato di specchi, un mosaico composto di specchi e foglie di palladio.
Ne ho letto un’interpretazione interessante, l’artista dialogherebbe con il visitatore sul tema della morte e dell’immortalità in un gioco di rimandi alla cultura bizantina dei mosaici ravennati, grazie all’uso della luce, e utilizzando l’opera come un Memento mori, inviterebbe alla riflessione di ognuno sulla fine: mille sfaccettature diverse si ricompongono in una visione unitaria che è la personalità di ciascun visitatore.
Debbo ammettere che questa interpretazione valorizza molto un’opera che avevo, invece, sottovalutato, considerandola sì come un Memento mori ma in forma di esorcismo, un modo per fissare lo sguardo senza vedere al tema della morte.
Mentre su Ravenna calavano le prime ombre della sera (vediamo chi riconosce questa dottissima citazione) la mia esplorazione della città terminava con la visita alla chiesa di San Rocco, una chiesa non memorabile, anche se non brutta.
Il secondo incontro, in quel di Mezzano, incombeva e non amo arrivare in ritardo agli appuntamenti.
Il mattino successivo, lasciata Ravenna dopo piacevole colazione, eccomi pronto per una nuova tappa, mi sono trasferito in quel di Cervia, ma questa è un’altra storia.
Ravenna, 5-6 novembre 2019 memoria di San Severo di Barcellona Vescovo e martire e dei Santi Giacinto Castaneda e Vincenzo Le Quang Liem Martiri