professore e soddisfazione

Parlando via facebook (che non amo) con Francesco Gallina, scrittore in erba (non quell’erba non temete), autore di un giallo che consiglio a tutti (De perfectione, titolo bellissimo nella sintesi della lingua latina, impareggiabile) e già alunno del mio amico Gabriele Trivelloni, mi è venuta voglia di parlare di una mia insegnante del liceo.

Non ne parlo per lamentarmi della mediocrità della scuola che ho frequentato (il Liceo Scientifico Giacomo Ulivi), nè dell’inamovibilità di una categoria di lavoratori del pensiero come i professori che, almeno ai miei tempi, potevano fare i danni che volevano senza possibilità di alcuna difesa.

No, parlo di una docente che ho avuto per ben 5 anni 5, pofessoressa di inglese, lingua che non sono mai riuscito ad imparare.

Era famosa, all’epoca, nella scuola e scoprii presto, a mie spese, perchè.

Non ricordo molto degli inizi, avevo ben altro incubo a torturare le mie notti (una professoressa di matematica che… basta basta che trascendo altrimenti), tuttavia ho alcuni flash, come non mi capita per tanti altri suoi colleghi.

Brani di letteratura mi si presentano in ordine sparso; nei primi anni ci fece studiare un brano di cui ricordo l’incipit “I am the people—the mob—the crowd—the mass” che ho scoperto adesso essere una poesia di Carl Sandurg.

Un altro trattava di un ragazzo, studente, che chiedeva al professore o maestro non ricordo, di poterlo vedere ottendone come risposta che lui lo vedeva, ma il ragazzo ribatteva: “voglio vedere te, non la tua immagine in uno schermo”; questo ricordo, non è detto che sia corretto.

Poi vennero le scrubbers e Lady Macbeth, ne ho già parlato altrove, non mi ripeto.

Di lei si sapeva dai colleghi che viveva isolata, non fidandosi di alcuno; allontanava anche chi voleva avvicinarsi per aiutarla; diceva, lei, di avere delle carte da proteggere e, quindi, di non potersi fidare di nessuno.

Era trascurata nel vestire (mitica la gonna che portava ed il cappotto scucito in una manica, mai rammendato), coi capelli crespi, forse sporchi; arrivava in classe e non si capiva se facesse l’appello o chiamasse fuori un elenco di condannati a morte perchè, con la sedia, si era costretti ad affidare i quaderni ai compagni per la correzione, ci si doveva accomodare attorno alla cattedra in attesa di essere sottoposti (ma poi solitamente la vittima era una sola) ad interrogatorio.

Di ogni libro abbiamo studiato pochi brani ma in maniera maniacale; teoricamente avremmo dovuto avere per ciascuno libro di testo i cosiddetti quaderni di brutta brutta, di brutta belle, di bella e di bella bella per la versione finale, depurata di ogni errore (perfetta credo la definirebbe Francesco).

In seconda mi prendeva in giro, ipotizzando il mio innamoramento nei confronti di una compagna cui allora ero sinceramente legato (da una deludentissima amicizia  adolescenziale, cioè ebete), il che dimostra che non aveva intuito e non capiva una beata  beep.

Altro dettaglio mai confermato: dodicenne avrebbe scoperto, tornando a casa, il corpo del padre, suicida, penzoloni dal lampadario di casa.

Ho sempre pensato che una scena del genere potrebbe ben essere stata continuamente richiamata, tenuta in vita in forma mascherata, nelle sue lezioni ove emergeva con forza il tema di dover assistere e testimoniare un evento sgradevolissimo e che mette a rischio l’esistenza intera e l’intero ordine dell’universo.

Pura illazione, in realtà.

L’ultimo compito in classe ebbe come commento un brano evangelico che era più o meno questo: “come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo” (Mt 24,38-39), facendo riferimento all’amore, ma non ricordo bene.

L’ho incontrata, anni dopo, in clinica psichiatrica, magra, fosca, adunca; passati ancora alcuni anni ebbi occasione di conoscere lo psichiatra che l’aveva in cura e che mi disse, dopo aver saputo che era stata mia docente per tanti anni, di non avere timore di violare il segreto professionale, perchè ne avevo già sperimentato gli effetti, ebbene mi disse che un caso di paranoia come quello era rarissimo, un caso eccezionale nella vita professionale di uno psichiatra: ci portava gli specializzandi tanto era un caso esemplare.

La ricordo con un senso di pietà.

Non ho imparato nulla della lingua della perfida Albione, non ci riesco.

Il parallelo con Gabriele e Francesco è chiaro; quale fortuna incontrare un professore che sa offrire occasioni di riflessione, che fa venir voglia a chi è disponibile a farsela venire, che mette a disposizione talenti che ognuno potrà investire come e meglio crede (o anche sprecare ovviamente).

Mi faceva notare Gabriele tempo fa, che perchè nasca il gusto, deve essere accaduto qualcosa, io lo chiamerei il miracolo della soddisfazione (niente di naturale).

Senza memoria della soddisfazione non c’è criterio che faccia da guida e tutto diventa uguale, cioè indifferente e disinteressato. Ne segue la guerra: ho avuto un’insegnante guerriera.

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