Oggi mi è venuto alla mente un passato di vari anni fa: quando ero bambino in casa mia c’era una stanza, che allora si chiamava sala.
La sala era un luogo proibito, le chiavi erano conservate gelosamente da mia nonna che non permetteva l’accesso a nessuno, se non autorizzato da lei, ed esclusivamente per prendere qualche oggetto lì custodito.
Nella sala c’erano il divano e le poltrone comode ed i mobili buoni: credo che rappresentasse uno status symbol, una sorta di ” Wunderkammer ” da esibire agli eventuali ospiti a testimonianza dell’uscita dalla povertà.
La nonna, che amava tiranneggiare in famiglia, custodiva le chiavi con impegno degno di miglior causa.
Luogo inaccessibile, oggetto di possesso da non utilizzare per paura di usurarne il contenuto e quindi svilirlo, la sala era sottratta ad un qualunque uso, sempre chiusa, con le tapparelle abbassate.
Ambiente inutilizzato perchè prolungamento del pensiero della rapinosa nonna e dei non meno malevoli suoi figlioli (salvo qualche lodevole eccezione che, non a caso, aveva da anni interrotto la sua frequentazione).
Viveva il possesso come forma di potere (o viceversa) da cui escludere chiunque potesse mettere in discussione questo primato.
Era, a suo modo, un muro di Berlino, tra un aldiqua della vita normale, di ogni giorno, ed un aldilà “straordinario” del benessere raggiunto, trasformato in un feticcio da custodire e quindi sottrarre alla sua apprezzabilità.
C’è stato un grave errore di pensiero che ha retto, per anni, questa situazione: l’idea di ricchezza (chissà che ricchezza poi) come custodia, accumulazione che si sottrae allo sfruttamento dei beni.
Possiedo ergo sum.
Pensando a molti con cui ho lavorato mi viene sotto gli occhi che è una delle logiche più diffuse: l’idea di possesso come forma di potere, una delle tante declinazioni del’invidia, flagello dell’umanità.
Possesso e invidia: un binomio da comprendere meglio, anzi da smascherare meglio.