Non faccio il bene che voglio ma il male che non voglio

Stanotte svegliato bruscamente per un “incidente” imprevisto, mi sono ritrovato a pensare ancora all’idea della morte.

Il pensiero, poi, correva via verso due citazioni che ritornavano in mente con “ostinazione”; la prima viene da Lacan ed ha a che fare con la possibilità di un discorso che non sia di finzione o meglio di menzogna.

La seconda viene da Giacomo Contri, dai blog del 18 e 19 giugno; da qui traggo un’altra citazione: “Non faccio il bene che voglio ma il male che non voglio” (Non enim, quod volo bonum, facio, sed, quod nolo malum, hoc ago. Rom. 7, 19)”, continua poi Contri: “la frase citata descrive una coazione (distinta da una causazione naturale) che il soggetto non può evitare, però può riconoscerla come verità:

     riconosce così la sua imputabilità che apre la sua libertà:

 infatti potrà adire un processo (come lo è la psicoanalisi) che ponga rimedio alla coazione:

da molti anni do ragione a Kelsen per il quale l’uomo non è imputabile perché libero, bensì è libero perché imputabile:

quel processo è un lavoro.

Si noti la condensazione rapidissima, verità-imputabilità-libertà-lavoro.

Abbandonato l’impuntamento al punto grazie al giudizio di imputabilità, il punto diviene semplicemente il segnale di un bivio:

si cambia discorso.”

Scopro da Wikipedia che il concetto paolino è stato scrito con formula efficacissima nella sua sintesi da Ovidio [Video meliora proboque, deteriora sequor] ed utilizzato anche da Petrarca, Matteo Maria Boiardo e Foscolo

Dal blog del 19 giugno: “In esso ho correlato all’imputabilità:

verità,

libertà,

lavoro:

cui oggi aggiungo:

amore,

A proposito di quest’ultimo, rammento che gli è stata contrapposta l’emozione, regno della non imputabilità:

che la Psicologia novecentesca e odierna non ammette, e siamo ancora impuntati lì.

Si scrivano su un foglio i cinque termini che ho correlato, sei con imputabilità:

risulta una civiltà in quanto individualmente vivibile, desiderabile.”

Mi chiedo quanta menzogna sia presente nel mio parlare, nell’agire quotidiano.

Menzogna del nevrotico che, in fondo, sa bene che si accontenta al ribasso; non è la menzogna premeditata del perverso ma quella del povero diavolo che si barcamena.

Mi piace moltissimo l’idea di cambiare discorso, ovvero lasciar cadere certe fissazioni, le ripetizioni sterili che è risaputo che non portano a quasi nulla.

Cambiare discorso vuol dire anche avere un partner perchè non si riesce a cambiare discorso da soli, salvo finire come Narciso, a specchiarsi in se stessi. L’autoanalisi non esiste.

Un partner non significa chiunque, anche se da chiunque può venire un’occasione buona.

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