Neonato: penso quindi vengo o dell’appuntamento

Nuovo nato, dopo Panciutello: cogito ergo adsum.

Un omaggio al dottor Giacomo Contri che ha, per primo, elaborato questo detto sulla falsariga di quello più famoso di Cartesio.

L’idea è quella di andare all’appuntamento (qualunque tipo di appuntamento, senza pre-concetti), avendoci pensato (giudicato secondo convenienza).

Così leggere un post, andare ad un evento, una cena, ma anche al lavoro: in qualunque occasione è possibile fissare appuntamenti ed accettare inviti.

Ci sono alcune cose ancora da sistemare, ma sembra che il grosso sia fatto e mi piace che accada nel giorno di sant’Agostino.

Devo ringraziare mio cugino Davide, senza il quale mai sarebbe accaduto questo piccolo miracolo.

Ho privilegiato l’aspetto dell’andare agli appuntamenti piuttosto di quello del rifiutare l’invito perchè questo è il rischio che corro io, personalmente, e perchè, secondo la definizione del dottor Contri, l’isteria si declina proprio nel sottrarsi all’appuntamento: “aspettami io non vengo”; la nevrosi ossessiva, invece ha come programma “ti aspetto ma farò in modo che tu non venga” oppure “vengo ma facendo sì che non mi aspetti”.

L’andare o meno agli appuntamenti ha conseguenze che non si limitano alla vita individuale, che peraltro non esce mai indenne (vedi la favola di “Bella e Bestia”) ma ha anche connotazioni sociali di non poco conto.

Mi riferisco alla storia del popolo di Israele, secondo quanto narrato  nella Bibbia: tutta la storia di Israele (e prima dell’umanità intera, come ci racconta la Genesi) altro non è che storia di appuntamenti ai quali il popolo o qualche sovrano per il popolo, si è sottratto.

All’appuntamento nella terra promessa, ad esempio, Israele arriva dopo ben 40 anni, ed anzi non ci arriva nemmeno chi è partito: Freud parlava di lavoro di civiltà, come la bonifica dello Zuiderzee.

Cogito ergo adsum potrebbe ben figurare sulla porta di una città (altri ci hanno pensato con “Arbeit macht frei”, nella città concentrazionaria di Auschwitz, di cui conosciamo gli esiti) o sul cancello d’ingresso di una qualsiasi abitazione privata.

Il nome significa molto…dalla cultura ebraica in poi. Se il nome può dire il Chi è, non c’è dubbio che ti sei autorizzato un nuovo battesimo, dopo quello di Panciutello (me lo sono sempre immaginato come qualcuno davanti allo specchio-sito che si compiace delle sue rotondità, e per cui si aspetta il riconoscimento di altro), a Chi pensa e perciò è presente ad altro. E’ un nuovo battesimo col tuo sito, e questo me lo rende una importante novità: nomenomen.
Non faccio parte della schiera di coloro che pensano che nel nome si racchiuda l’essere, ovvero la definizione, di ciò di cui è nome. Come dice il tuo, l’essere è un adsum, ovvero non definitorio. Il tuo nuovo nome di battesimo, – visto anche che c’è un riconoscimento di una nuova nascita dalla morte di Panciutello -, è il nome dell’imputazione che dai a te stesso. Il nome dice la verità di qualcosa in quanto ne indica l’imputazione, e in questo caso l’autoimputazione.

D’altronde la stessa immagine che descrivo dello specchio era di questo tipo. Un nome, Panciutello, che voleva indicare l’imputazione di una forma di “quantità qualitativamente simpatica” ammiccante il voler essere riconosciuto per qualcosa di marginale ma che inducesse alla simpatia.

Non ho mai accettato quel nome, come ben sai, per la rappresentazione che davi a te stesso. Ora il nuovo nome di battesimo è rappresentanza di un desiderante che convoca anche altri ad essere dei cogitanti ergo adsunt.

Il primo nome era un’esclusiva identificativa. Il secondo è universale per chi lo riconosca come posto da te anche per sè.

G T

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