Ed ora il capitolo VIII del libro di George L. Mosse sul razzismo; di grande attualità.
Il mistero della razza aveva individuato negli ebrei il principio del male e per dimostrarlo si era messo a recuperare le leggende nere che dal medioevo accompagnavano quel popolo e che nemmeno con l’illuminismo erano venute meno.
Nuova linfa, quindi, scorre nelle accuse di omicidio rituale, nell’idea di cospirazione universale o nella maledizione scagliata contro l’ebreo errante Aasvero.

L’accusa di omicidio rituale, conosciuta come “calunnia del sangue”, aveva origini medioevali, nella leggendo secondo cui gli ebrei uccidevano bambini cristiani per berne il sangue durante la Pasqua ebraica: omicidio rituale, segno della loro perversa religione e, nel contempo, bestemmia perché deturpava lo stesso sacrificio pasquale di Cristo sulla croce; una tale accusa rivolta in tempi moderni era funzionale ad una seconda accusa, quella di atavismo: gli ebrei compirebbero ancora sacrifici umani, a differenza di tutte le altre più evolute civiltà.
A questo mito fu aggiunta, già in tempi antichi, anche la cospirazione ebraica per cui si credeva che mai un giudeo avrebbe testimoniato contro un correligionario e che il segreto dei sacrifici rituali fosse stato comprato con l’oro.
La calunnia del sangue si mantenne in vita fino a XIX secolo avanzato, anzi nell’Europa orientale si ebbe ancora un processo per omicidio rituale, nelle montagne ruteno carpatiche cecoslovacche nel 1930; sicuramente l’impero russo utilizzava una simile accusa per provocare, secondo necessità pogrom contro gli ebrei locali.
Nell’Europa occidentale, e specie nelle città, invece, questa accusa andò via via scemando anche grazie al prevalere del laicismo, diffuso nelle aree urbane, mentre nelle campagne rimase vivo grazie alla predicazione di preti cattolici che ancora nel XX secolo predicavano la verità di simili omicidi.
La leggenda della maledizione dell’ebreo errante, invece, certificava l’esistenza di una maledizione agli ebrei proveniente niente di meno che da Cristo in persona.

Aasvero avrebbe spinto cristo ad affrettarsi al Golgota e gli avrebbe negato conforto e aiuto e per questo sarebbe stato condannato a vivere errabondo e senza dimora, disprezzato perché senza radici e diseredato: non vita e non morte accompagnata da desolazione e terrore per i vivi che lo avessero incontrato.
Nel XIX secolo questa leggenda serviva per mostrare emblematicamente la mala sorte del popolo ebreo: l’inquieto ebreo errante divenne il simbolo della modernità desolata e priva di radici.
Aasvero fu utilizzato in vari modi: in Francia lo si ritenne alleato alla massoneria contro la nazione; nel romanzo Juif errant di Eugene Sue, il più famoso romanzo ottocentesco dedicato al tema, è un eroe che aiuta a scoprire una cospirazione gesuitica, tuttavia nella maggior parte dei casi la sua leggenda rimase inalterata a rappresentare la maledizione che era connaturata al popolo ebraico e a tutto ciò che con quello fosse entrato in contatto.
Calunnia del sangue ed ebreo errante erano leggende utili a spiegare l’instabilità e i repentini e angoscianti mutamenti sociali del periodo dell’industrializzazione, come in passato avevano spiegato cataclismi e pestilenze.
L’ebreo errante, peraltro, rappresentava l’ebreo come eterno straniero, impossibilitato ad imparare la lingua nazionale e a stabilire radici nel territorio questo si collegava all’idea dell’origine orientale del popolo giudeo per cui ne nacque un popolo condannato a vagare nella zona del Sinai senza poter trovare stabilità e pace.

Fu l’autore austriaco Adolf Wahrmund nel suo “La legge dei nomadi e il dominio ebraico contemporaneo” a rendere popolare l’idea di un popolo nomade, inetto nel commercio, senza radici e cosmopolita, in chiaro contrasto con la “stabilitas” dei contadini ariani.
Per questo autore il problema non veniva dalla maledizione di Cristo ma dall’essere ancora un popolo del deserto ovvero trasformava i pregiudizi nati su base religiosa in una teoria laica e apparentemente fondata scientificamente su ricerche di linguistico e ambientalista.
Leggende come quelle relative al popolo ebraico soddisfacevano la curiosità per l’insolito e il romantico tipici del XIX secolo che già aveva visto il successo di Frankenstein e dei vampiri, racconti dell’orrore in cui il contraltare dei mostri era dato da persone in carne ed ossa.
Questo fu il periodo in cui ebbe successo il romando “Biarritz” scritto nel 1868 da Hermann Goedsche (con lo pseudonimo di Sir John Redcliffe) che fu anche una delle fonti dei famigerati falsi “Protocolli dei saggi anziani di Sion”.
L’opera era ambientata nel cimitero ebraico di Praga, scelta particolarmente “azzeccata” e copiata da altri autori di analoghe storie perché nel contempo luogo misterioso e caratteristico ma a portata di mano del turista tedesco ed austriaco (visto che Praga era considerata città tedesca) che vi si poteva recare agevolmente.
Goedsche fissò la scena di una riunione nel cimitero di tredici anziani ebrei, tra i quali l’errante Aasvero, che chiamò i <<sahedrin cabalistici>>, con riferimento alle tante leggende che ruotavano intorno alla Cabala ebraica (da lui connessa alla <<potenza dell’oro>>) e dando in tal modo una più ampia dimensione storica al raduno nel cimitero.

Ancora una volta tramite la cabala e l’oro si stabiliva un legame tra gli ebrei e il materialismo di più bassa specie, ma non solo: i tredici savi venivano rappresentati con caratteristiche tipiche degli animali, <<la tenacia del serpente, l’astuzia della volpe, la vista del falco, la memoria del cane, la solerzia della formica, la socievolezza del castoro>>, certo non una novità (già vista, infatti, nella nascita degli stereotipi nel XVIII secolo ed utilizzata per paragonare i neri alle scimmie) ma un modo per collocare gli ebrei al gradino più basso della catena dell’esistenza e privarli così della loro umanità.
Lo scopo degli anziani riuniti nel cimitero era nientemeno che impossessarsi del mondo e riunire tutta la ricchezza nelle loro mani: possesso completo della terra, delle ferrovie, delle miniere, delle case; occupazione dei posti di governo; presa di possesso della stampa e guida di tutta l’opinione pubblica; questo progetto, estrapolato da Biarritz e noto come <<discorso del rabbino>>, avrebbe circolato in tutto l’impero russo e in quello austriaco.
L’idea della cospirazione ebraica si allargò dall’Europa orientale ed infatti, poco dopo la pubblicazione di Biarritz, in Francia Gougenot de Mousseaux polemizzava con gli ebrei francesi dipinti come devoti di una segreta religione misterica presieduta dal diavolo in persona

A fine Ottocento, insomma, la diffusione di credenze, in forze occulte si associò a una rinverdita demonologia medievale.
I “Protocolli dei saggi anziani di Sion” furono così alimentati oltre che da Biarritz anche dall’opera di Mousseaux che vedeva nel diavolo il re degli ebrei: la loro nascita avvenne in Francia grazie alla collaborazione della polizia segreta russa, probabilmente tra il 1894 e il 1899, durante l’affaire Dreyfus.
La destra francese cercava un documento che collegasse Dreyfus alla supposta cospirazione ebraica e la polizia segreta russa aveva bisogno di giustificare la politica antiebraica zarista.
Gli strumenti utilizzati dai savi erano i più disparati: dall’uso del motto della rivoluzione francese <<libertà, eguaglianza, fraternità>>, alla diffusione delle dottrine liberali e socialiste, dalla privazione di ogni fede in Dio all’indebolimento dei popoli incoraggiando la pubblica critica nei riguardi dell’autorità.

Crisi economica creata ad arte e aumento dei prezzi grazie all’oro posseduto dagli ebrei avrebbe portato a questa situazione: <<in tutti gli stati del mondo vi dovranno essere, oltre a noi, solo masse di proletariato, pochi milionari fedeli ai nostri interessi, una polizia e dei soldati alle nostre complete dipendenze>>.
Il passo ulteriore sarebbe stato, com’è logico attendersi, l’obbedienza cieca al re degli ebrei, reggitore dell’universo, ma se i gentili avessero scoperto il complotto e avessero cominciato ad attaccare gli ebrei?
Nel caso si sarebbero fatte saltare in aria le gallerie di una rete di ferrovie sotterranee di cui dotare le capitali di tutte le nazioni del mondo per far saltare in aria le città e sterminarne i cittadini, con chiaro riferimento alle paure assai diffuse di fronte alle nuove tecnologie emergenti.
Un’altra arma a disposizione dei sette savi era l’inoculazione di malattie tanto che l’avversione per l’inoculazione sarebbe entrata a far parte del pensiero razzista e nel 1935 il <<Weltkampf>>, un giornale nazista antiebraico, dichiarava che l’inoculazione era stata inventata dagli ebrei per pervertire il sangue ariano.
Le teorie cospiratorie si nutrirono dell’esistenza di organizzazioni ebraiche effettivamente esistenti o esistite; così in Russia si pensava che le organizzazioni comunitarie ebraiche, sciolte dallo zar Nicola I nel 1844, fossero ancora vive e attive sotto forma di un governo ebraico segreto, legate all’estero, oppure la nascita, in Francia, dell’Alliance israélite universelle, considerata un’organizzazione clandestina nonostante i suoi scopi fossero di aiutare gli ebrei nelle nazioni dove essi erano stati privati dei diritti civili e di provvedere al funzionamento di scuole per gli ebrei dell’Africa settentrionale.

Uniti agli ebrei, nelle cospirazioni, erano spesso anche i massoni (come già sostenevano i “Protocolli”) contro i quali si dava da fare anche la chiesa cattolica: papa Leone XIII appoggiò il congresso mondiale antimassonico del 1897 e lo pose sotto la protezione della Vergine Maria ma non solo: l’Union antimaçonnique, fondata a quel tempo, fu sostenuta da Drumont e da altri razzisti francesi; la cattolica Francia fu il terreno in cui il movimento antimassonico ebbe maggior presa.
Questi gruppi ebbero comunque scarso seguito ma i miti antiebraici da loro propugnati servirono per mobilitare tutti coloro che desideravano difendere sia il cristianesimo sia la società tradizionale, tuttavia la loro importanza si consolidò quando sbocciò la loro alleanza con un nazionalismo laico che ignorava la tradizionale proibizione cristiana di condivisione delle teorie razziste.
I razzisti cercarono di evitare alleanze col cristianesimo o comunque tentarono di ignorarlo poiché non esisteva per loro lo scrupolo di cristianizzare gli ebrei col battesimo, visto che la loro razza era congenitamente malvagia, né ritenevano che rientrasse nel dramma della salvezza cristiana l’affrancamento degli ebrei nel Vecchio Testamento dal loro status di inferiorità razziale.
Ne fu un esempio il giornalista Wilhelm Marr, in Germania, che nel suo “La vittoria dell’ebraismo sul germanesimo” (“Der Sieg des Judentums über das Germanentum”, 1879) rifiutava le accuse cristiane contro gli ebrei come indegne di persone illuminate, ma poi ne ripeteva tutti i miti sulla mancanza di radici e sulle attività cospiratorie.
Marr sosteneva che gli ebrei fossero più forti dei tedeschi, perché stavano vincendo la battaglia razziale per la sopravvivenza e suggeriva una controffensiva capeggiata dall’antisemita Russia.

Un altro caso significativo fu quello dell’ex membro della Dieta germanica Hermann Ahlwardt, direttore di scuole primarie, che divenne più famoso di Marr grazie alla pubblicazione del suo “La disperata lotta tra i popoli ariani e il giudaismo” (“Dar Werzweiflungskampf der arischen Völker mit dem Judentum”, 1890), e due anni più tardi questo scrisse un altro libro di eguale tenore intitolato “Nuove rivelazioni: i fucili ebraici” (“Neue Enthüllungen Judenflinten”,1892): oltre a mettere in guardia contro la minaccia ebraica sosteneva che la fabbrica d’armi ebraica di Löwe stava vendendo all’esercito tedesco fucili difettosi, cosa che rientrava in una cospirazione mondiale ebraica mirante a distruggere il Reich; nonostante l’assurdità dell’affermazione il governo aprì un’inchiesta sulle accuse.
Questi tentativi di considerare realmente operante la cospirazione ebraica rimasero ai margini del pensiero europeo, e, tranne che in Russia, non ebbero successo sui tempi brevi, tuttavia essi furono solo gli antesignani della ben concertata guerra contro gli ebrei che ebbe inizio soltanto dopo il trauma della prima guerra mondiale, nel 1918, e ad opera di uomini come Hitler, che non solo credeva nei “Protocolli”, ma si trovò alla fine a disposizione i mezzi per agire come se essi fossero veri.
Tra questi antesignani vi furono la loggia antimassonica e antiebraica fondata da Jules Guérin a Parigi nell’ultimo decennio dell’Ottocento come anche il primo congresso internazionale dei piccoli e rivali gruppi antisemiti (principalmente di Germania, Austria e Ungheria) di Dresda (1882).
Quest’ultimo intendeva porsi come un punto di raccolta contro la cospirazione ebraica mondiale, con lo scopo di trovare un terreno comune d’intesa nella lotta antiebraica, l’assise si rivelò un fallimento perchè fallì il tentativo di eliminare la tensione tra i cristiani antisemiti e i razzisti, disposti a far uso della violenza e convinti che gli ebrei battezzati non differissero affatto dal resto della loro razza.

Le leggende nere sugli ebrei, in quanto parte del misticismo razziale, si diffusero ben al di là dei relativamente piccoli gruppi ossessionati dalla cospirazione ebraica e troppo indaffarati per avere altri interessi; essi divennero uno strumento col quale i movimenti di destra cercarono di cambiare la società: il pericolo ebraico poteva essere utile per raccogliere gente dietro gruppi di interessi come unioni agrarie e partiti conservatori in appoggio alla loro battaglia contro i liberali e i socialisti.
Nemmeno cattolici e protestanti si astennero dallo sfruttare le leggende antiebraiche che furono utili nella lotta all’ateismo.
Chi fece, però, miglior uso di queste leggende fu soprattutto chi mirava a rafforzare la mistica nazionale, sottolineando l’eguaglianza nel popolo e usandogli ebrei come elemento di contrasto.
Il già citato Wilhelm Marr, un democratico sostenitore del suffragio universale e della libertà di pensiero, accusava gli ebrei di essere dei liberali, un popolo senza radici che cercava di sostituire la schiavitù delle risorse finanziarie alla oppressione da parte dei re.

Il razzismo seppe utilizzare altri movimenti per rafforzarsi ed in particolare il nazionalismo col suo mistero della razza e finanche con la scienza grazie al darwinismo.
In questo caso le leggende furono recuperate come aspetto della guerra razziale considerata imminente.
Il pensiero razziale tanto diffuso sul continente europeo non incise particolarmente sul pensiero ebraico; al contrario, la maggioranza degli ebrei si riteneva cittadino a pieno titolo della nazione in cui viveva e non certo un popolo separato.
La tendenza all’integrazione si rafforzò con la prima guerra mondiale e dopo il 1918 associazioni di reduci ebrei costituirono in molte nazioni europee il principale punto di riferimento per un simile tentativo di integrazione nazionale.
Ci fu anche una frangia, che, al contrari, sottolineò la propria differenza razziale facendo proprie le stesse categorie di pensiero del nazionalismo europeo.
Utili allo scopo furono le idee di Gobineau, propagandate nel 1902 dal periodico sionista <<Die Welt>> allo scopo di controbattere la teoria che voleva quello ebraico come un popolo degenerato.
Gobineau aveva, infatti, ammirato gli ebrei che considerava resistenti alla degenerazione moderna perché <<gli ebrei hanno conservato il loro vigore … grazie alla purezza del loro sangue>>; l’ovvia conseguenza era l’accentuazione della separazione razziale, con l’evitamento, per quanto possibile, dei matrimoni misti: pacifica convivenza tra due razze senza contaminazione reciproca.
Le idee razziste sono ben presenti in queste teorie anche se il concetto di sangue non è definito in termini di <<sangue e terra>>, ma piuttosto come tramite degli impulsi e delle peculiarità dell’animo; queste teorie furono però poco diffuse tra gli ebrei che furono più interessati alla scienza della razza che non al razzismo.
Gli ebrei collaborarono al tedesco <<Archiv für Rassen und Gesellschaftbiologie>>, ma, come la maggior parte dei collaboratori di quel giornale, anche per loro credere nella realtà della razza non voleva significare che una qualsiasi razza fosse necessariamente superiore a un’altra.
Ne fu un chiaro esempio Elias Auerbach, uno dei pionieri dell’insediamento sionista in Palestina che sosteneva, nel 1907, citando Gobineau, che la sopravvivenza del Volk era legata al mantenimento della purezza razziale (che gli ebrei, seppur partiti da contaminazioni in un lontano passato,avevano poi recuperato grazie alla separazione secolare). Auerbach era fautore di una Palestina binazionale, ebraico-araba, e avversario di qualsiasi forma di predominio dell’un popolo sull’altro; testimoniava, dunque, la possibile credenza nella teoria delle razze pure ma senza connotazioni razzistiche, atteggiamento condiviso dalla maggior parte degli ebrei e non soltanto.

Altri credevano nella razza: lo scrittore tedesco J. M. Judt in “Gli ebrei in quanto razza” (“Die Juden als Rasse”, 1903) sosteneva che gli ebrei, come razza, hanno in comune tratti fisici e fisionomici e prima di lui, nel 1881, Richard Andree, un tedesco non ebreo ma fondatore della disciplina dell’etnografia e della demografia applicate agli ebrei, aveva affermato che essi rappresentavano un ben preciso tipo razziale, mantenutosi intatto attraverso i millenni.
Andree, avvalendosi dell’antropologia e della fisiognomica, come faceva anche Judt, sosteneva che ebrei e ariani avessero una origine comune, essendo entrambi popoli caucasici ed entrambi portatori della cultura moderna, in contrasto con i neri, rimasti invece allo stadio primitivo.
L’apice dell’elaborazione della teoria razziale ebraica fu raggiunto con il medico, antropologo e sionista austriaco Ignaz Zollschan (1877-1948), nella cui opera principale, “Il problema razziale con speciale attenzione al fondamento teoretico della razza ebraica” (“Das Rassenproblem unter Besonderer Berücksichtigung der Theoretischen Grundlagen der Jüdischen Rassenfrage”, 1910), sosteneva che la razza è trasmessa dalla cellula umana e non è perciò soggetta a influenze dall’esterno.

Zollschan riprendeva le teorie di Chamberlain in cui sosteneva l’idea della purezza razziale, mentre ne criticava le affermazioni sugli ebrei, convinto com’era che l’evoluzione della cultura non potesse essere attribuita a merito di una razza sola, bensì di una vasta serie di razze pure, ivi compresa quella ebraica.
Una propria identità nazionale e l’uscita dal ghetto erano le soluzioni che proponeva per eliminare il materialismo di cui era accusata la razza ebraica; nel 1914 Zollschan, ripropone l’idea di una nazione ebraica dal sangue puro, incontaminata da malattie dovute ad eccessi o immoralità, con un senso altamente sviluppato della famiglia e costumi virtuosi profondamente radicati.
Ancora una volta la soluzione prospettata è il connubio tra misticismo razziale e moralità delle classi medie.
Zollschan si staccò dal sionismo dopo la prima guerra mondiale, convinto che il dopoguerra sarebbe stato libero dall’antisemitismo e dalle idee di sovranità nazionale; in questa rielaborazione ricaddero anche le idee sulla razza, atteggiamento abbastanza inevitabile per un ebreo vissuto nel periodo di presa del potere nazista.
Resta il fatto che prima della Grande Guerra ci fu un acceso dibattito, nel mondo ebraico attorno al loro considerarsi razza o meno; voce di queste discussioni fu il tedesco <<Zeitschrift für Demographie und Statistik der Juden>>.
Il direttore era il darwinista sociale Arthur Ruppin, responsabile dell’insediamento ebraico in Palestina dal 1908 sino alla sua morte nel 1942, un sostenitore, come Auerbach, dell’esistenza delle razze anche se favorevole al binazionalismo in Palestina.
Ruppin pensava che la razza fosse un istinto non passibile di cambiamenti, anche se nel suo “Darwinismo e scienza sociale” del 1903 sosteneva l’eugenetica piuttosto che una dottrina sulla superiorità razziale.
Egli fu uno studioso di tipi razziali ed infatti riteneva che bellezza e forza dipendessero dall’ereditarietà e non dall’ambiente.
Cambiò tuttavia opinione nel 1940, con la pubblicazione di “Destino e futuro degli ebrei” (“Jüdische Schicksal und die Zukunft”) in cui condannava la confusione tra i concetti di <<popolo>> e di <<razza>> richiamandosi alle ricerche di Virchow tra gli scolari tedeschi che portavano a negare l’esistenza di razze pure.
Discorso a parte meritano gli ebrei ortodossi che si consideravano popolo eletto; questa elezione, almeno per la maggioranza significava dare un esempio vivente di come si dovesse vivere la vita e non implicava alcuna pretesa di predominio.
Gli stessi gentili, come ogni altro popolo avrebbe potuto vivere virtuosamente se avesse osservato almeno le sette leggi di Mosè, anziché i 613 comandamenti che vincolavano invece gli ebrei osservanti. Perciò la fede nel monoteismo, l’osservanza dei comandamenti contro il furto, l’omicidio, il falso giudizio e l’adulterio, come pur l’astensione dal mangiare membra viventi di animali, avrebbe dato a chiunque la qualifica di prescelto. In questa ortodossia non era implicito alcun razzismo.
A dire il vero le dinastie rabbiniche cassidiche erano convinte che le capacità di comando si trasmettessero talvolta attraverso il sangue, ma ciò non era sostenuto uniformemente da tutti e non era comunque un concetto più razzista di quello tradizionale relativo alle stirpi reali.
Seppure rifiutato esplicitamente, il razzismo rimase sempre presente nei fedeli ebrei e cristiani dei secoli XIX e XX, nascosto nelle pieghe di qualche concetto irreligioso di superiorità e predominio.

Il razzismo non riuscì comunque a incidere significativamente sul sionismo, nonostante qualche concessione marginale di Zollschan o persino di Auerbach che rimasero comunque ai margini; ciononostante lo stesso Theodor Herzl scrisse una volta che sia che gli ebrei fossero rimasti nei paesi che li ospitavano, sia che fossero emigrati, si sarebbe dovuto migliorare la razza e che sarebbe stato necessario renderla amante del lavoro, guerriera e virtuosa, anche se poi affermava che <<nessuna nazione presenta uniformità di razza>>.
Ci fu chi, al contrario, puntò sulla mistica nazionale, senza mescolarla però con le idee sulla razza: furono giovani sionisti che all’inizio di questo secolo sostenevano che il giudaismo è una unità culturale interiore, l’espressione esterna di un’interna fede nella realtà della nazionalità ebraica, ben lontano da misurazioni craniche e in ogni sorta di <<sciocchezze razziali>>.
Nel 1913 il giovane sionista Robert Weltsch sosteneva che la storia non è fatta dagli zoologi, ma dalle idee, ed egli paragonava la nazionalità ebraica all’élan vital di Bergson: si accettava il mistero della razza ma non il razzismo, che spesso nella società gentile entrava a far parte di questi misteri.
Sia Max Brod che Martin Buber, ancora negli anni ’30 pensavano il Volk ebraico come un primo passo verso l’unità e l’eguaglianza tra gli uomini, riflesso dell’unicità di Dio.
Il nazionalismo ebraico, insomma, non ha fatto proprio il razzismo quando invece, in quello stesso periodo, altri nazionalismi europei stavano diventando sempre più razzisti.
La maggioranza degli ebrei, comunque, non credeva all’esistenza di una razza ebraica: il loro riferimento era l’influente medico ebreo Maurice Fishberg, un famoso dottore ed antropologo che viveva a New York, che in “Caratteristiche razziali degli ebrei” (1913) sosteneva che gli ebrei non presentavano caratteristiche tali da poter far parlare di razza a sé e polemizzava con Auerbach che ne sosteneva invece l’esistenza.
A riprova del suo assunto, Fishberg citava l’esistenza di ebrei biondi che altro non sono se non il risultato di incroci razziali con razze nordiche e slave.
Felix von Luschan, professore austriaco all’università di Berlino non ebreo, fu un’altra autorevole voce a sostegno degli ebrei da considerare come non una razza e nemmeno un popolo separato, ma solo una comunità religiosa ebraica ed anzi si opponeva al sionismo perchè avversario di ogni cultura con quel suo spingere gli ebrei a tornare in Oriente dove regnava ancora la barbarie.
Von Luschan si spingeva oltre ed affermava l’esistenza di una sola razza, l’homo sapiens, negando quindi l’esistenza di razze diverse in favore di culture diverse; sosteneva ancora che le caratteristiche che distinguono tra loro gli uomini sarebbero originate da fattori climatici, sociali e altri di tipo ambientale.
L’utilizzo di termini quali <<sangue>> o <<razza>> da parte di molti sionisti, ma anche quello di altri termini, come <<sangue>>, <<razza>>, <<popolo>>, <<nazione>> fu spesso impreciso e interscambiabile, così come l’<<uomo nuovo>> di cui sia i razzisti che i sionisti sognavano era l’opposto di ogni razionalismo, ma per i sionisti egli rappresentava un <<nazionalismo umanitario>>, volontaristico e pluralistico insieme.
Le idee sul mistero della razza attecchirono soprattutto nell’Europa centrale, ma le leggende intorno agli ebrei trovarono buona accoglienza anche in Francia e nelle più primitive regioni balcaniche. Senza radici e portato a tramare in segreto, l’ebreo divenne un mito.
Come avevano rivelato Aasvero o i “Protocolli”, egli era il vero nemico, tanto più reale in quanto i miti medievali erano stati adeguati ai tempi moderni. I timori e le superstizioni dei tempi passati erano entrati profondamente nella coscienza europea e potevano essere sfruttati per mobilitare la gente contro le frustrazioni del presente.