Ieri sera, cogliendo il consiglio dei miei zii, ho raccolto il melone, l’unico melone che la pianta mi ha concesso: peso 2850 grammi.
Molto soddisfatto, ho vinto il mio naturale egoismo (mo’ me lo magno) e l’ho portato a mio fratello, presso il quale sono ospite a pranzo in questi giorni ospedalieri (assieme all’ennesima borsa di pomodori, questi sì hanno ricambiato generosamente le mie attenzioni).
L’abbiamo mangiato assieme, per me è stato un gesto importante, la condivisione di un frutto della mia cura quotidiana: mio nipote non l’ha nemmeno preso in considerazione, ma, purtroppo, abbiamo scoperto che era ancora immaturo: almeno una settimana gli avrebbe conferito quella dolcezza che rende questi frutti così gustosi (e che hanno surclassato l’anguria, nei miei gusti personali, a differenza di quando ero un pargolo).
La mia delusione è stata tanta, ben dissimulata: non sempre le buone intenzioni trovano il dovuto riconoscimento; domani la pianta ne pagherà lo scotto con l’estirpazione; essendo adesso sterile è inutile considerarla pianta di melone (lo era fin che lo stava producendo).
La pausa pranzo è stata dedicata alla fotosintesi clorofilliana e ad un ripasso dell’osmosi: ricordo confusamente la prima, che forse ho studiato in seconda liceo, con una professoressa un po’ snob e molto annoiata: di quanto di scientifico vi era in quel liceo, nulla ho conservato: chimica, biologia, fisica (orrore degli orrori), non han lasciato tracce, poco la matematica.
Andavo a scuola pensando a soddisfare i professori e non ad acquisire conoscenze utili per me; vizio che non ho perso coi danni che ne seguono.
La scuola un tempo, l’ospedale oggi, la professione, sono stati o permangono il campo di lavoro per un altro che non è detto che manco sia interessato.
Mi scopro clericale, senza bisogno di puntare sui riti ecclesiastici.
Nella mia famiglia è molto presente il regime dell’assistenza: se uno è difficoltà non gli viene lesinato l’aiuto, così come è atteso (ed offerto) da me che sarei quello che ha studiato, tutto ciò che è legato a pratiche burocratiche.
Si tratta di aiuto, appunto, cioè il supplire o colmare una mancanza o una difficoltà: tutto finisce qui (quello che imputo anche all’ottimo mio caro Federico).
Nulla di male, anzi (tanto che in caso di necessità ricorro di buon grado agli amici, cosa che fino a non molto tempo fa mai avrei accettato di fare), ma, tutto rimane in un regime assistenziale che rimanda a quel che dicevo ieri: chi si accontenta non gode.
La famiglia, così per come io la conosco (quindi niente teorie o leggi universali) è il luogo dell’accontentarsi per avere quel minimo di godimento che permette di tirare avanti.
Che sia per questo che non mi sono sposato?