Marzabotto

Facendomene un baffo dell’adagio che vieta di mettersi in viaggio di venerdì, 17 poi, stamattina sono andato a fare un’escursione in quel di Marzabotto, in cerca più degli etruschi che della strage per cui il paese è famoso, sebbene non la dimentichi.

Arrivo nei pressi del museo e scopro che la mia meta è preceduta da una chiesa con sacrario, mi fermo a visitarli: la chiesa è moderna, niente di che, il sacrario, dedicato ai caduti della strage, è un luogo cui è bene accedere con il senso di pietà che si deve provare a fronte di tante vittime innocenti della barbarie.

Riparto per il museo: 2 euro il biglietto d’ingresso, con un addetto molto gentile: museo piccolino, pochi reperti ma tutti assai gradevoli, apprezzo in particolare le statuette votive davvero graziose ed i cippi funerari che non avevo mai visto di quella foggia.

Passo poi alla visita del parco archeologico, sotto un sole cocente, ma senza la fatica che si fa a Modena: il terreno è assai brullo, le crepe impressionanti, le foglie tutte assai debilitate da tanta aridità; i miei sandali, calzature del tutto inadatte, fanno crepitare l’erba secca che si spezza rumorosamente sotto il mio incedere.

L’acropoli mi lascia indifferente così come le tracce delle abitazioni e delle strade, mi interessa maggiormente la necropoli con quelle tombe che spuntano dal terreno come una sorta di scrigni rotti ed abbandonati.

Lascio il parco e vado verso Monte Sole: l’area è molto ampia e le mie calzature, oltre all’orario, inadatte a scarpinate così mi fermo a San Martino dove c’è un piccolo cimitero e la chiesa distrutta dai tedeschi.

Sono solo, il sole è canicolare, è mezzogiorno passato da pochi minuti, i resti della chiesa mostrano una furia che soltanto l’uomo sa mettere in atto; appese a dei rami secchi ci sono delle “lacrime” di terracottta che scontrandosi sotto la spinta dell’aria, suonano dolcemente: dolce suono che ricorda la necessità di un lavoro di memoria e riconciliazione perchè non abbia più ad accadere simile brutalità.

Sembra davvero che l’uomo non sia stato – mai e lo sarà per il futuro? – capace di elaborare un pensiero di rapporto che non sia dominio, guerra, strage, rapina: in guerra o di fronte a queste atrocità sorge evidente questa domanda, ma la guerra, non meno guerreggiata, è combattuta tutti i giorni, in forme diverse, meno brutali e apparenti ma non meno crudeli.

Elaborare un pensiero di pace è possibile per l’uomo?

Torno verso l’auto costeggiando la strada che è costeggiata da rovi: colgo a piene mani le more che riesco a raggiungere: mi piace moltissimo raccoglierle, mi ricorda un episodio della mia giovinezza che ricordo sempre con piacere.

La radio dell’auto non riceve in questi luoghi ed allora scelgo di tornare accompagnato dalla Nona sinfonia di quel genio tedesco che è stato Beethoven, una piccola pacificazione almeno nel mio pensiero.

Ricordo anche i sacerdoti che hanno dato la vita per restare coi loro parrocchiani, le donne, i bambini, gli anziani, i civili ed i militari morti in quei giorni terribili.

Ritrovo vero che opus iustitiae pax anche se lo correggerei in opus iuris pax: se è possibile un pensiero pacifico, se è pensabile un lavoro di pace tra gli uomini questo non può che passare dal diritto, Dieu et mon droit.

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