lavoro e amore

L’amore che non c’è richiede tuttavia obbedienza (meglio se cieca) e adesione ad un sistema di valori (se ideali poi…) coi/nei quali costringere la realtà.

Gli schemi di pensiero, le teorie, in fondo non sono che questo: un modo per non lavorare in proprio e ricevere protezione dall’Alto.

In questi giorni, e oggi è la festa del lavoro, sto pensando proprio a questo: il lavoro al posto di un altro, il lavoro come esecuzione, il lavoro (obbediente) come modo di acquisizione dell’Amore.

Se uno lavora per ricevere amore si sottometterà a qualsiasi nequizia pur di non perdere la Teoria che lo protegge.

Lavorerà sempre al posto dell’altro che incontrerà, perchè deve prevenirlo per soddisfarlo o combatterlo a prescindere; la Teoria diventa causa del moto (di pensiero, cui seguiranno azioni).

Occupare il posto dell’altro o farsi gli affari propri, questa è un’alternativa di civiltà, a portata di mano di ognuno, senza bisogno di specialisti che insegnino cosa fare o non fare (ancora nei panni dell’altro).

“Si metta nei miei panni”, frase che ho sentito spesso ripetermi, è un imbroglio bello e buono: a ciascuno i suoi panni, con il lavoro perchè questi siano “attraenti” per altri, così mi presenterò meglio e chissà, potrebbe pure accadere qualcosa di buono.

Nella giornata di festa, mi sono dedicato a sistemare un po’ la mia nuova libreria, lavoro che mi piace sempre tanto; il contatto coi libri è rassicurante, ma anche questo può diventare un feticcio: tutto ciò che è tolto dalla circolazione (accumulato, come il denaro di Paperone) e conservato rischia di diventare un fossile: testimonianza di una vita che fu; nemmeno i libri, cioè pensieri di altri offerti al pubblico mercato, sfuggono a questa regola.

Accumulare è riempire un vuoto, ma non ci sono vuoti da riempire

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