Dante Alighieri celebrato a Forlì, presso i Musei di san Domenico, con la consueta mostra annuale, un appuntamento sempre gradevole.
Ci sono andato in treno ed ho fatto una curiosa scoperta: il costo del biglietto tra Parma e Cesena + di 13 €, tra Parma e Forlì stessa cifra, tra Forlì e Cesena 2,10 €, chi ci capisce è bravo.
Ma lasciamo perdere le ferrovie.
Il 2021 vede un bell’ingorgo di centenari: da quel bicentenario fondamentale che è stato festeggiato il 5 maggio (morte di Napoleone), ai centenari della fondazione dei partiti comunista italiano, nazionale fascista e comunista cinese, ad altri due bicentenari di peso quali la nascita di due pezzi da 90 della cultura mondiale quali Fedor Dostoevskij e di Charles Baudelaire.
Insomma commemorazioni per tutti i gusti; tra questi spicca per la priorità temporale il settecentenario (parola orrenda) della nascita del Divina Poeta, Dante Alighieri.
Tantissime le iniziative che l’intera penisola gli ha dedicato o sta dedicando, tra queste una mostra ai Musei Civici di San Domanico in quel di Forlì.
Musei che frequento ormai abitualmente per la buona qualità delle mostre: anche in questo caso il mio apprezzamento è confermato con un solo piccolo neo che mi ha molto divertito.
Non è, quindi, un rimprovero “ufficiale” di quelli da far scandalizzare, ma un buffetto dato con simpatia, come aiuto per evitare analoghi scivoloni.
Ma veniamo al dunque: in molti, non so se tutti perché ho smesso di guardarli, dei pannelli esplicativi esposti vigeva grande confusione, come in prima alimentare, tra la terza persona indicativa del tempo presente del verbo essere, è, e la congiunzione più comune, e.
Per dirla più semplicemente: si sono mangiati numerosi, numerosissimi, accenti e senza alcun criterio, cioè sparsi qui è là come le margherite in un prato in primavera; ho avvisato un giovane e cortese addetto che mi ha confermato (per forza) le mancanze, la già avvenuta segnalazione e l’attesa di sistemazione.
Vero è che pochi giorni dopo la mia visita, in quel di Roma, è accaduto un fattaccio analogo, con la caduta della “g” dal nome di Carlo Azeglio Ciampi, defunto presidente di questa scalcinata repubblica, incidente preconizzato da altro illustre precedente quando avvenne, nella mia città natale, la non meno clamorosa sostituzione di z e v nell’appellativo di Federico II di Sve*ia.
Cose che capitano; chi non ricorda dal film Don Camillo e l’onorevole Peppone: “ci rivedremo a Filippo” – “a Filippi signor sindaco, a Filippi, non confondiamo la storia con la geografia”.
Ma veniamo alla mostra: parlare di Dante è impresa “da far tremar le vene e i polsi” per via dell’elevatissimo rischio di dire banalità, tanto più in chi naviga nella buia ignoranza.
A proposito del modo di dire “da far tremar le vene e i polsi” invito i curiosi a dare una letta alla pagina che l’Accademia della Crusca gli ha dedicato a questo link: https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/da-far-tremar-le-vene-e-i-polsi/276; sottolineo anche la conclusione del post che mi rammenta un esimio collega, tra i tanti che ho conosciuto, (l’ho soprannominato Vigil Gloriosus, scimmiottando Plauto) che, tra le altre virtù, ha quella di lanciarsi in opinabili citazioni latine sbagliandole e sbagliando pure l’autore cui attribuirle.
Mi tranquillizza il fatto che di Dante non si parla, nella mostra, ma solo delle sue fortune nell’ambito delle arti figurative: non è una mostra dedicata al divin poeta ma alle sue fortune nell’arte che sono state varie e numerose salvo un periodo d’oblio nel Settecento.
Come ogni figura importante, anche il nostro Dante ha subito interpretazioni tra loro del tutto confliggenti ed è stato utilizzato a piene mani da chi voleva, ad esempio, sostenerne l’ortodossia cattolica oppure attaccare il clericalismo ed il potere della chiesa stessa.
Sorte inevitabile per chi ha saputo creare un’opera che, comunque, contiene al proprio interno questioni filosofiche, politiche, morali, religiose e quant’altro venga in mente; credo che nulla o quasi sia sfuggito alla sua penna.
Oggi mi aspetto che venga messo al bando perché sicuramente politicamente scorretto, indiscutibilmente islamofobo e omofobo e, come Sua Maestà la Regina Elisabetta, la cui effigie è stata rimossa su petizione degli studenti del Magdalen College di Oxford – dove un tempo si educava la classe degli accademici inglesi – figura divisiva e non accogliente.
Divago ancora.
La mostra va visitata perché le opere esposte sono belle ed è un piacere stare a guardarle e questo basta e avanza.
Le opere più antiche sono straordinarie: di una bellezza folgorante, lasciano lo spettatore incantato a contemplare le schiere dei santi e degli angeli che fissano il Signore risorto o la Coronazione della Vergine.
Il profluvio di colori e l’oro splendente sembrano anticiparci quella che sarà la vita eterna, luce e colore; certo la fissità contemplativa dei tanti personaggi non è molto rassicurante ma è comprensibile che l’uomo non sia in grado di immaginare quel che sarà dopo la morte.
Tra le opere esposte alcune mi hanno risvegliato ricordi liceali; lasciando per ultimi quello più noto, il Conte Ugolino, ecco il “mitico” Guido da Montefeltro che mi è rimasto in memoria per la famosa contraddizione di cui pagherà tristemente le conseguenze:
“assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente“,
col diavolo beffardo più che mai che scippa, con un tempismo da thriller cinematografico, l’anima addirittura a quel pezzo da 90 che è san Francesco d’Assisi in persona.
Il Poverello d’Assisi viene zittito ancor prima che possa azzardare una difesa del perfido Guido dalle famosissime parole: “Forse / tu non pensavi ch’io löico fossi!” che mi rimandano a quelle, non meno famose «”Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio” tratto dal dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d’inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue» (Tratto dal discorso di Sua Santità Benedetto XVI presso l’ Aula Magna dell’Università di Regensburg, martedì, 12 settembre 2006).
Ma il personaggio che anche la mostra pone in rilievo, e che mi è più caro, è quello del conte Ugolino: il professore di italiano del triennio del liceo ci fece studiare i primi 78 versi del canto XXXIII, dove si narrano le sventurate vicende della prigionia e morte del nobile Ugolino della Gherardesca.
Ritrovarne la figura, in mostra, era tanto scontato quanto gradito.
E scoprire che, secondo quanto ne hanno compreso gli inglesi, il conte si sarebbe cibato delle carni dei figli: povera perfida Albione.
Ho acquistato il catalogo, per leggere i contributi con calma e riguardare le foto come se fossi ancora a Forlì ed ho scoperto che l’approssimazione ha colpito anche la bella carta patinata del volume; a pagina 86 c’è una gustosa chicca: “Perugino e la suola mistica dell’Umbria”.
Chiudo così, avendo parlato d’altro ma con la speranza di indurre qualcuno a visitare la bella mostra.
Parma, 26 maggio 2021 memoria di San Filippo Neri