Il mio pensiero politico

Il viaggio con Gabriele raramente è infruttifero; stimolato dalle mie considerazioni sul libro di Banti,  Sublime madre nostra, che ho letto grazie ai suoi suggerimenti, mi ha anche illuminato su alcune questioni storico politiche.

Notava, in primo luogo, che fare politica in Italia oggi è un giocare al massacro perché non c’è stato politico di rilievo, nei 150 anni, che abbia governato il sedicente belpaese senza esserne uscito massacrato o con esiti di governo perlomeno discutibili; unica eccezione è stata De Gasperi; gli altri sono finiti tutti male: chi in esilio, chi coinvolto in scandali giudiziari o finanziari o in imprese fallimentari, chi, comunque, aprendo la strada ad esiti autoritari come il fascismo, e chi da fascista è finito a testa in giù; la politica italiana sarebbe una sorta di Crono che divora i propri figli.

Costante della politica, insomma, sarebbe proprio distruggere chiunque abbia governato: abbattere il potente di turno quasi fosse il male assoluto da debellare con ogni mezzo; le esperienze di altri paesi mostrano come i politici abbiano avuto percorsi ascendenti e discendenti, scontri magari duri, ma senza damnatio memoriae: Roosvelt, Kennedy o Reagan, la Thatcher, Churchill, Napoleone III, De Gaulle, Mitterand, Adenauer, Brandt, Kohl,  fanno parte della storia dei rispettivi paesi con le critiche che è giusto che ricevano ma senza quell’odio implacabile che sembra perseguitare gli italiani.

Da questo il discorso è scivolato sull’esistenza della nazione che, secondo Banti in realtà non è esistita se non come creazione artificiale e nata, di fatto, solo dopo la Costituzione del 1947.

Finita la resistenza, la costituzione, nonostante tutti i compromessi che l’hanno caratterizzata nella sua nascita, ha rappresentato il tratto di unione di realtà tra loro diverse, provenienti da storie diversissime e mai assimilatesi; resta, comunque, da pagare lo scotto di un’unione creata artificialmente da un gruppo di intellettuali che ha avuto la fortuna di avere successo, quasi casualmente, sospinta da una temperie culturale di cui non è stata certo protagonista, in un periodo storico ben determinato.

Lo stato italiano nasce come forma di colonialismo del Piemonte nei confronti del resto di un paese molto differenziato e non semplicemente assimilabile alle leggi ed al sistema politico ed economico vigente in una specifica area del paese.

Secondo Banti la nazione nasce a seguito della resistenza come lotta di liberazione dal fascismo e successivamente come necessità assoluta per tutti di essere antifascisti; da qui nascerà la Costituzione, legge fondamentale dello stato in cui la nazione si realizza.

Dibattito aperto con Galli Della Loggia che, invece, ritiene non compiuta l’unità nazionale con la resistenza, anzi, al contrario, questo momento rappresenterebbe una rottura rispetto alle idee risorgimentali unitarie: la resistenza viene ad essere, per  entrambi, uno spartiacque; per l’uno momento di inizio di una unità nazionale prima inesistente perché frutto del colonialismo (mi sa che qui ho fatto un lapsus, avrei dovuto dire espansionismo) torinese; per l’altro evento disgregatore della raggiunta unità ed inizio di una guerra civile non dichiarata e mai conclusa.

Un altro dei tanti motivi che hanno favorito l’unità d’Italia è stata la lotta al pensiero cristiano, anzi al cattolicesimo, così la critica di Pio IX all’idea che possa essere lo Stato il fondamento politico della nazione – questo è stato il Sillabo – è stato contrapposto ed è risultato vincente, il pensiero di Hegel per cui è lo Stato che realizza politicamente la Nazione; dire oggi che il papa ha fatto un discorso antitotalitario credo sarebbe un gesto audace e temerario!

La proposizione 39 del Sillabo, prima proposizione della sezione IV dedicata agli errori che riguardano la società civile, infatti condanna: Reipublicae status, utpote omnium iurium origo et fons, iure quodam pollet nullis circumscripto limitibus[1], difesa quindi degli individui dal Moloch dello stato etico che da lì a non molto avrebbe prodotto i danni che ben conosciamo.

L’unità d’Italia è stata davvero un “caso” favorito da un diffuso pensiero a livello europeo e fatto proprio da un gruppo di borghesi ed intellettuali che è riuscito in un compito apparentemente impossibile: Banti nota, giustamente, che il paese è stato unito, non a caso, con discorsi, in quanto miti, fondativi assolutamente, com’è normale, di massa e improntati su maschilismo, militarismo, sofferenza, sacrificio, sangue; l’idea di madre patria come donna che sacrifica quanto ha di più caro, il marito e soprattutto i figli, per la realizzazione, la gloria, la potenza della Nazione; donna, peraltro, da proteggere contro gli assalitori che ne violerebbero la castità e dunque il sangue, che rende tutti fratelli (fratelli d’Italia). Discorso ideologico, di stampo smaccatamente maschilista come nessuno oggi vuole ammettere pensando che si attribuisce solo alla Chiesa, e con ragioni, la causa del maschilismo culturale storico, su un Risorgimento mitizzato in cui convivono, in perfetta concordia, figure come Mazzini, Cavour, Garibaldi che se le son date di santa ragione.

Risorgimento come movimento di giovani idealisti che hanno buttato il cuore oltre gli steccati degli egoismi dei piccoli stati preunitari; niente di più diverso dagli stigmi della sinistra che fino a ieri l’altro considerava questo momento storico come borghese e capitalista: la storiografia di sinistra, insomma, si trova costretta a rivedere le proprie convinzioni con una variazione di rotta di non poco conto e di cui nessuno si azzarda a chiedere lumi.

Stupefacente notare che, nel corso degli ultimi anni i discorsi risorgimentali  sono stati ripresi dall’attuale sinistra italiana: non poco stupore ha suscitato in me vedere che gente di sinistra, anche estrema, ha chiesto di poter portare la bandiera italiana sull’uniforme, in occasione del 150° dell’unità, così come la politica della Presidenza della Repubblica che ha rilanciato le manifestazioni pubbliche tipiche dell’ideologia di cui si parlava prima: parata militare, inno cantato senza por mente alle parole che sono continuo riferimento all’unione contro un nemico, alla disponibilità a morire (per cosa?) e alla guerra (cfr http://www.quirinale.it/qrnw/statico/simboli/inno/inno.htm)

La nemesi storica colpisce duramente una sinistra che non riesce a proporre niente di nuovo e anzi recupera e valorizza discorsi di destra, perché l’altra curiosità è proprio questa, come sempre l’ottimo Banti, documenta con ampiezza: i discorsi fondativi della nazione risorgimentale sono stati fatti propri dal fascismo, pari pari e ripresi, evidentemente per carenza di elaborazioni alternative, dal pensiero sedicente laico e di sinistra.

Si è avverata la profezia di Del Noce che aveva previsto che il partito comunista si sarebbe ridotto ad un partito radicale dedicato a battaglie libertarie, come le coppie di fatto, l’inseminazione artificiale, le unioni gay, l’integrazione degli extracomunitari, la parità dei diritti, l’egualitarismo, il populismo …

Tutta la sedicente sinistra di oggi cavalca temi di destra: giustizialismo, populismo, qualunquismo; Di Pietro e Grillo sono la vera destra attuale.

 Un paese che non è diventato nazione se non in forza di un’astrazione si trova, nei momenti di difficoltà a fermarsi e a tornare a fasi anteriori del proprio sviluppo per trovarvi quelle certezze che la globalizzazione non è in grado di offrire. Il successo elettorale della Lega si spiega proprio con questo bisogno di rassicurazione, di certezza di rapporti; la stessa vicenda vissuta dal partito personale di Mastella: caduto ogni riferimento sociale, religioso, culturale quelle parti della penisola che vengono da una storia di industrioso lavoro come al nord o di gestione feudale come nel caso del sud, ma che, comunque erano legate da una fede e da una serie di rapporti personali consolidati, si sono trovate senza riferimenti.

Dagli anni 70 in poi due dimensioni collettive in Italia in misura crescente si sono scontrate: la dimensione “societaria” e la dimensione “comunitaria”, quest’ultima di più antica tradizione, la prima più legata al fenomeno di globalizzazione.

Può essere utile un paragone: da un lato si ha il centro commerciale in cui tutto è a disposizione, a portata di mano ma senza alcun rapporto personale, nessuna conoscenza delle provenienze della merce, nessun servizio extra che non sia codificato e pagato, dall’altro il negozietto sotto casa in cui si trova il prodotto che si sa da dove proviene perché il commerciante va personalmente a scegliere i fornitori e magari fa pure la consegna a domicilio alla vecchietta o abita sopra il negozio e in caso di emergenze scende a darti quel che ti manca o ancora ti fa credito perché sa chi sei e se paghi domani è la stessa cosa.

Il centro commerciale lo si prenda come metafora della dimensione “societaria”, il negozio della dimensione “comunitaria”.

Lo stesso fenomeno lo si può osservare negli immigrati, leghisti honoris causa si potrebbe dire, così come gli emigranti che abbiamo avuto anche noi in precedenza (Little Italy): in un ambiente che non si conosce si cerca il simile, il già noto e si tende a far gruppo, regressione ma non solo regressione; è d’altronde risaputo che il popolo d’Israele ci ha messo 40 anni per arrivare alla terra promessa senza riuscire ad entrarci; solo la generazione successiva agli esuli avrà accesso alla terra in cui latte e miele scorreranno (ma non riusciranno a farlo scorrere, ad oggi ancora scorre il sangue).

Positivo? Negativo? Difficile dirlo, l’importante è non censurarlo e non viverlo con ingenuità perché potrebbe essere estremamente pericoloso specie di fronte a nuove invasioni barbariche che non sembrano volersi integrare anche perché non abbiamo certo il fascino della cultura romana da offrire; al contrario proprio il ”decadentismo” che ci connota, coi valori radicali che tanto sbandieriamo, è oggetto del disprezzo di chi proviene da una cultura non molto aperta alla diversità.

La soluzione non è, dunque, mogli e buoi dei paesi tuoi, il maso chiuso, la presupposizione che chi appartiene al proprio gruppo sarà buono, come non lo è nelle idee radicali.

Ne traggo una personalissima convinzione ovvero che fare politica oggi è inutile e faticoso, ci si espone ad un massacro pressoché inevitabile (e che in nessun paese civile accade o è accaduto), quindi che fare?

L’imperatore a Vienna, un impero federale che rispetti le peculiarità dei territori, delle nazioni diverse che lo compongono, uniti da una costituzione laica, discorso impossibile se si pensa a Freud.

Non ho illusione o pretesa di cambiare alcunché, oggi non sarebbe possibile e non mi si accusi di essere di destra: mi dedico ad altro.

Debbo alle mie frequentazioni milanesi l’avere letto ed apprezzato nella giusta luce il Candide di Voltaire che si conclude con acuta osservazione: “Le grandezze, disse Pangloss, sono molto pericolose, secondo ciò che ne dicono tutti i filosofi; perchè finalmente Eglon, re de’ Moabiti, fu assassinato da Aod; Assalonne restò appiccato per i capelli e ferito da tre lancie; il re Nadab figlio di Geroboamo, fu ucciso da Zambri; Giosia dal Jehu; Atalia da Jojada; il re Gioachimo, Jeconia, Sedecia andarono schiavi. Voi sapete come perirono Creso, Dario, Dionigi di Siracusa, Pirro, Perseo, Annibale, Giugurta, Ariovisto, Cesare, Pompeo, Nerone, Ottone, Vitellio, Domiziano, Riccardo II d Inghilterra, Odoardo II, Enrico VI, Riccardo III, Maria Stuarda, Carlo I, i tre Enrichi di Francia. l’imperatore Enrico IV? Voi sapete… – Io so ancora, disse Candido, che bisogna coltivare il nostro giardino. – Voi avete ragione, ripetè Pangloss, poichè quando l’uomo fu messo nel giardino d’Eden vi fu messo ut operaretur eum, perchè lavorasse; ciò che prova che l’uomo non è nato per il riposo. – Lavoriamo senza ragionare, disse Martino; questo, è il solo mezzo di render la vita sopportabile.

Tutta la piccola società prese parte in quel lodabile disegno; ciascuno si mise ad esercitare i suoi talenti. La piccola terra fruttò molto. Cunegonda era invero ben deforme, ma ella divenne un’eccellente pasticciera; la vecchia ebbe cura della biancheria”.

Non è da fraintendere il senza ragionare che Voltaire intende come sinonimo di discettare dei massimi sistemi: la terra fruttò molto perché è proprio dell’uomo (s)fruttare la terra in un lavoro di partnership con altri; che sia l’imputazione premiale una nuova strada possibile?


[1] “Lo Stato, come origine e fonte di tutti i diritti, gode di un diritto tale che non ammette confini”  Il Sillabo, 1864. Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862

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