génitum, non factum

Dopo una mattinata da incubo, ho avuto il piacere di avere mio fratello e mio nipote ospiti a pranzo ed ho avuto modo, così, di vedere il supernipote che guidava l’auto: la cosa mi ha provocato una certa emozione.

Mattina da incubo, dicevo, allietata però da un favoloso vassoio di chiacchiere che la mia seconda mamma, mia zia Luciana, mi ha preparato: una gioia per il palato ed un balsamo per l’umore, sentire l’affetto che la zia mi riserva.

Ho anche fatto esperienza di un rapporto malato; non visto ho sentito le contumelie che un’anziana signora rivolgeva al figlio/a.

La donna, non essendosi accorta della mia presenza, in un punto appartato del centro commerciale dove mi trovavo a fare acquisti, così apostrofava un’altra persona che immagino fosse un figlio (di cui non so il sesso perchè non lo vedevo nè rispondeva alla donna): “sei un deficiente, non sai fare niente, sei arrivato a sessantanni e non sai stare al mondo, non fai mai niente; hai fatto degli involtini che facevano schifo, non si guardavano, non si fanno così gli involtini, non sai stare al mondo; quando morirò mi dispiace che ridurrai la casa come una stalla perchè hai sempre trasformato le case che hai abitato in stalle, che preoccupazioni che mi dai quando mai potrò vivere bene? mi farai venire un tumore a forza di preoccupazioni, non sai tenere in ordine la casa, Signore e Madonnina di Fontanellato, se ci siete, aiutatemi voi.”

Queste le offese che ricordo, non le uniche, sembrava un torrente in piena.

Mi sono chiesto che madre fosse questa che infieriva e che figlio/a avesse di fronte.

Mi veniva da pensare che questo è, sicuramente, un caso di sola maternità biologica: quello o quella era sicuramente suo figlio/a, l’aveva fatto lei.

Questo figlio, non so quali e quante colpe reali incombano sul suo capo, evidentemente, non corrispondeva all’immagine che la madre aveva di lui, non era all’altezza delle aspettative della durissima signora.

Pensavo al Credo, “génitum, non factum”, in cui si parla di figliolanza: qui il Figlio è generato, non creato, appunto, “consubstantiálem Patri”, cioè della stessa sostanza, partner non servo.

Il Figlio non è “costruito” ma costituto, è un caso di soluzione, cioè di alternativa al narcisismo.

Questa donna si aspettava di avere un suddito non soltanto obbediente che col dovere morale di identificarsi con lei e costruirsi a sua immagine e somiglianza.

Nell’apparente uguaglianza lessicale di “a sua immagine e somiglianza” della creazione biblica e di quella dello specchio di Narciso si nasconde un terribile equivoco, quello anzidetto: nel primo caso è quello dell’investitore della parabola dei talenti; il suo lavoro a partire da un’apertura di credito ricevuta in anticipo costituisce il figlio che è tale proprio in virtù dell’avere lavorato in proprio su quel che ha ricevuto. Questo lavoro lo rende a immagine e somiglianza di chi gli ha dato il denaro, senza uguaglianza, nè ruoli predeterminati e senza alcuna limitazione di oggetti su cui lavorare.

Nel caso di Narciso non c’è apertura di credito ma soltanto sottomissione ad un ideale che può essere anche il più nefando.

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