Ho ritrovato una favoletta di Fedro che propongo:
Inter capellas agno belanti canis:/ stulte, inquit, erras; non est hic mater tua:/ ovesque segregatas ostendit procul./ Non illam quaero, quae, cum libitum est, concipit,/ dein portat onus ignotum certis mensibus,/ novissime prolapsam effundit sarcinam;/ verum illam, quae me nutrit admoto ubere/ fraudatque natos lacte, ne desit mihi./ Tamen illa est potior, quae te peperit. Non ita est./ Unde illa scivit, niger an albus nascerer?/ Age porro; parere si voluisset feminam, quid profecisset, cum crearer masculus?/ Beneficium sane magnum natali dedit,/ ut expectarem lanium in horas singulas!/ Cuius potestas nulla in gignendo fuit,/ cur hac sit potior, quae iacentis miserita est/dulcemque sponte/ praestat benivolentiam? / Facit parentes bonitas, non necessitas.
La traduzione suona più o meno così: ” fra le caprette c’era un agnello che belava e belava; il cane gli disse: “vai intorno come uno sciocco, qui non c’è tua madre” e gli mostrò le pecore che si erano allontanate. “Non cerco quella che concepisce quando è in calore, quindi porta un fardello, che ignora per diversi mesi e si sbarazza, finalmente, del fagotto lasciandolo cadere, ma quella che mi nutre porgendomi la mammella e che sottrae latte ai suoi figli perchè non me ne manchi”. “In ogni caso, tuttavia, è preferibile quella che ti ha partorito.” “No, nient’affatto. Come faceva a sapere se sarei nato nero o bianco? inoltre: se avesse voluto partorire una femmina, cosa ne avrebbe guadagnato, essendo nato un maschietto? Davvero un grosso favore per il giorno della mia nascita: aspettare il macellaio da un’ora all’altra! Una che non è riuscita a fare assolutamente nulla quando mi ha messo al mondo, perchè dovrebbe essere preferibile a questa che si è impietosita di me, povera creatura abbandonata e che mi offre di slancio la sua benevolenza? I genitori son fatti dalla bontà d’animo, non dai legami naturali”.
Non che tutto sia condivisibile ma mi sembra ottima l’idea che i parentes non sono frutto della necessitas: per i romani la nascita di un bambino non implicava necessariamente che questo diventasse figlio; si diventava figli sempre per adozione, a prescindere dal presunto legame naturale dato dalla genitura biologica.
Dietro a questa robustissima teoria mi pare ci stia l’idea di un presunto amore immediato ed ineguagliabile, ineffabile e irripetibile che unisce da subito e per sempre madre e figlio: nessuno ti amerà mai come me perchè io ti ho portato in grembo ed ho tanto sofferto per te!
Tutte le discussioni etiche sull’inseminazione artificale, sul considerare malattia la sterilità, mi pare, scomparirebbero: non esiste il diritto al figlio come frutto del grembo; non c’è necessità alcuna di imprimere la certezza di un DNA su un eventuale buon rapporto con un erede poichè è il rapporto che fa l’erede.
L’essenza “figlio”, come tale ingiudicabile, è ontologica, astratta: ex bono bonum, ex malo sequitur quodlibet, coll’essenza figlio siamo siamo in questa seconda ipotesi.
Sempre i romani, peraltro, pensavano all’adozione degli adulti, più che dei bambini … erano lungimiranti.
L’amore per il figlio mi suggerisce l’idea di un amore contro… un rapporto contro ogni altro, ad esclusione di ogni altro.
Mi si ripropone il problema della sovranità come facoltà di rapporto con chiunque altro possa ben trattarmi; quando avrò tempo vorrei rileggermi Re Lear.
Ricordo qualcuno che obiettava a chi si definiva orgogliosamente (ancora l’essere) figlio di Abramo: il Padre può far sorgere figli di Abramo dalle pietre.