L’omelia di ieri, domenica delle palme, di papa Francesco, almeno a quanto sentito in tv, fa riferimento alla domanda” chi è per me Gesù?”, chiedendo se ci mettiamo, cioè mi metto con i farisei, col popolo o con Giuda.
La tentazione di una risposta sbrigativa è stata forte, quasi mi veniva automatico rispondere da quel “buon cristiano” che peraltro proprio non sono, ma che, ogni tanto, sono tentato di vendere alla gente.
No, non è la risposta del catechismo che può bastare.
I farisei: la mia prima tentazione; la legge! da applicare; tutto è già stato scritto, non si tratta che obbedire, criticando le deviazioni, salvaguardando con l’ipocrisia il proprio recinto di meschinità.
Fossi stato membro del sinedrio, avrei condotto una dura requisitoria contro un pensatore libero come Gesù, non fosse stato che per l’invidia di vedere uno che si permetteva di dire e fare cose fuori del comune. Come il fratello maggiore della parabola del figliuol prodigo, avrei invidiosamente criticato. La Legge, con tutta la sua autorevolezza e autorità, avrebbe rappresentato il bene supremo da tutelare contro il pericoloso eversore; una legge divenuta principio superegoico cui sottomettersi (la legge non è per l’uomo ma l’uomo per la legge), che in fondo è sempre stata la tentazione del popolo ebraico, almeno da quel che risulta dalla Bibbia.
Poi la folla: per quanto consideri con sufficienza e disprezzo l’idea della folla, della massa, credo che avrei, di buon grado, fatto parte degli entusiasti, salvo poi defilarmi e mal giudicare uno che era aperto ad incontrare chiunque fosse disponibile a riaprire questioni di pensiero normalmente chiuse da tempo. Lo avrei crocifisso, mi sarei lasciato condizionare, senza critica, dal pensiero dominante, come ancora oggi mi capita spesso.
Certo avrei operato i miei distinguo, sottolineato alcune cose, omesso qualche altra, ma non avrei indicato una soluzione originale e men che meno assolutoria.
Credo avrei potuto seguire le indicazioni degli intellettuali dell’epoca: “Crucifige” sarebbe stato il grido che avrebbe dovuto far fuori uno che era fuori dell’ordinario e che mi sarebbe uscito dalla bocca addirittura con entusiasmo.
Mi viene in mente la canzone di Claudio Chieffo “La nuova Auschwitz” dov’è chiaro che è molto facile lanciarsi in giudizi di condanna (“non è possibile essere come loro”), per dichiararsi innocenti e immuni dai certi pensieri ed azioni, ma non è meno facile, anzi, diventare come i carnefici poc’anzi condannati.
Vengo a Giuda, ai famigerati 30 denari, al tradimento.
Giuda sapeva che Gesù aveva intuito il suo tradimento, ma non ci ha ripensato, si è ostinato: ha preferito il suo programma all’incontro con un uomo che aveva sperimentato come uno che aveva delle idee, un pensiero che si esprimeva con autorità. Un pensiero che si richiamava alle origini di un rapporto con un certo Signore e Padre, poi ridotto a Dio (cfr Mt 5, 17 segg.: “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” … “avete inteso che fu detto … ma io vi dico”)
Giuda si era trovato bene con Gesù ma la sua teoria era troppo potente; immagino l’angoscia che lo dilaniava nel momento in cui si è trovato di fronte al bivio.
Lasciar cadere le certezze religiose e politiche che aveva coltivato da anni, quindi rinunciare al proprio mondo … per cosa? In fondo è questo il dilemma che tiene in vita la nevrosi: il non voler sapere, sapendolo, che c’è un bivio percorribile (anzi meglio costruibile).
Giuda preferisce non rischiare (perché la salute è vista come un pericolo), non abbandona le proprie certezze ed inevitabilmente deve lasciar cadere la fonte del “fastidio”; un fastidio che non è solo personale, individuale di Giuda, ma riguarda l’ordinamento giuridico di Israele.
Giuda è di fronte, e lo sa bene, ad una civiltà nuova, non è solo lui in gioco, altrimenti avrebbe potuto, semplicemente, lasciare il gruppo dei discepoli e Gesù stesso; avrebbe anche potuto diffamarlo, dire in giro che era un invasato; avrebbe potuto contestarlo, con tanto di argomenti, facendone emergere errori e contraddizioni, ove le avesse riscontrate.
Niente di tutto questo: l’ordine giuridico, statuale, religioso, morale era in pericolo ( cito da Mariella Contri, nella seduta di maggio 2001 del seminario di scuola pratica di psicopatologia: “nel suo saggio del 1927, intitolato Feticismo, Freud dice «Il feticismo è una soluzione che l’individuo dà a una situazione di angoscia, al presentarsi di un’angoscia così forte e violenta come quella che molti individui provano nel momento in cui sentono dire che il trono e l’altare tremano», ovverosia nel momento in cui si ha la percezione che l’ordine sociale sta andando a carte quarantotto, con il panico, si sta tutto sconvolgendo. Trono e altare vuol dire tutto l’ordine, l’ordine politico, un ordine più personale di tipo religioso… Insomma, si sta sconvolgendo tutto il campo d’esperienza di una persona”) e perciò occorreva agire, rientrando in quell’ordine stesso; per questo direi che Giuda non uccide Gesù (veleno, coltello, strangolamento) ma lo consegna all’Autorità: il processo, la condanna devono essere pubblici, da parte dell’Ordinamento (anzi Ordine) costituito.
Ecco la consegna ai farisei; ma fino a qui Giuda non è un perverso, anche se ne è fortemente tentato (la falsa testimonianza, cioè il tradimento di Gesù) è soltanto un misero nevrotico qualunque, tant’è che capisce in fretta l’errore commesso e cerca, goffamente, di rimediare, fallendo.
E qui un altro bivio: ritrovata la possibilità di cambiare direzione Giuda non supera il rimorso che lo opprime.
La colpa c’è, ed è sotto gli occhi di tutti ma c’è anche il bivio possibile: l’Ordine è, però, troppo potente e di fronte alle macerie, Giuda preferisce restare lui stesso arbitro della propria coerenza o incoerenza.
Ho sentito raccontare che succede agli psicotici in via di guarigione che siano tentati dal suicidio, al vedere finalmente il disastro che hanno creato attorno a sè; così mi pare Giuda che scopre amaramente di aver tradito colui che poteva offrirgli un’alternativa al suo Ordine.
Ma tocca con mano anche il rifiuto che riceve dai custodi dell’Ordine: «Ma quelli dissero: “Che ci riguarda? Veditela tu!” ».
Giuda uccidendosi sopprime quella modalità di rapporto (uomo-Dio attraverso la legge superegoica) di cui aveva scoperto l’insufficienza ma che non aveva saputo abbandonare.
Sono molto distante da Giuda? No, gli sono pericolosamente accanto ogni volta che prediligo l’Ordine a Gesù.
Il peccato non è l’ultima parola; non lo sono i farisei, non lo è la massa, non lo è Giuda.
Come ho già avuto modo di scrivere: la psicoanalisi, come il cristianesimo è un già e non ancora.
Nella psicoanalisi si scopre che non ci sono adultere da lapidare e Gesù da crocifiggere, non ci sono mondi da raddrizzare con la forza e la violenza.
La psicoanalisi è un discorso di pace.