Divina educazione

Mi incuriosisce l’inizio del capitolo 13 del Vangelo secondo Luca:

1 Aderant autem quidam ipso in tempore nuntiantes illi de Galilaeis, quorum sanguinem Pilatus miscuit cum sacrificiis eorum.

2 Et respondens dixit illis: “ Putatis quod hi Galilaei prae omnibus Galilaeis peccatores fuerunt, quia talia passi sunt?

3 Non, dico vobis, sed, nisi paenitentiam egeritis, omnes similiter peribitis.

4 Vel illi decem et octo, supra quos cecidit turris in Siloam et occidit eos, putatis quia et ipsi debitores fuerunt praeter omnes homines habitantes in Ierusalem?

5 Non, dico vobis, sed, si non paenitentiam egeritis, omnes similiter peribitis ”.

Traducibile così:

[1] In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici.

[2] Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?

[3] No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.

[4] O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?

[5] No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”.

Queste frasi da un po’ mi tornavano, saltuariamente, in evidenza.

Poi una scoperta, grazie al simposio di sabato scorso; ecco quanto scriveva il padre del famosissimo Presidente Schreber, Daniel Gottlieb Moritz Schreber:

“Nelle famiglie… un mezzo di educazione molto efficace è una lavagna delle punizioni, che deve stare attaccata al muro della stanza dei bambini.

In questa lavagna vengono segnati i nomi dei bambini e ogni misfatto da loro commesso: ogni piccolo segno di negligenza, ogni caso di insubordinazione deve essere annotato con il gesso, con un rimprovero o un’osservazione.

Alla fine di ogni mese tutti si dovrebbero riunire a tirare le somme.

A seconda dei risultati dovrebbero essere elargiti rimproveri o elogi. Se uno dei bambini ha dato prova di sbagli o debolezze ricorrenti, vi viene fatto un particolare cenno. È veramente sorprendente che effetto morale tale lavagna abbia sui bambini, anche sui meno discoli e più indifferenti. Ciò avviene perché la lavagna è sempre di fronte a loro, perché ogni misfatto commesso rimane come una sorta di permanente ammonimento visibile di fronte ai loro occhi per un considerevole periodo di tempo. Grazie a questo metodo, non è necessario applicare molti provvedimenti educativi, ammonimenti, correzioni e punizioni altrimenti indispensabili che possono essere sostituiti in un modo molto più efficace (1858-65).”

Il nostro comportamento complessivo nei confronti della volontà del bambino di questa età [sotto l’anno di vita]consisterà nell’abituarla all’obbedienza assoluta, alla quale era già stata in gran parte preparata dall’applicazione dei principi esposti in precedenza… Il pensiero che la sua volontà possa essere sotto controllo non dovrebbe mai nemmeno passare per la mente del bambino, ma piuttosto l’abitudine di subordinare la propria volontà a quella dei suoi genitori o insegnanti dovrebbe essere immutabilmente radicata in lui… Si crea allora, insieme alla consapevolezza dell’esistenza della legge, la consapevolezza dell’impossibilità di combattere contro di essa; l’obbedienza del bambino, condizione basilare per ogni ulteriore educazione, è così solidamente costruita per il futuro (1858, p. 66).

Se il bambino è stato condotto attraverso il primo stadio di sviluppo [prima che raggiunga l’anno di età] lungo il sentiero che porta ad abituarsi ad un’obbedienza inconscia, allora adesso [dopo il primo anno] è opportuno e necessario, per il raggiungimento del nobile scopo dell’educazione, che questa abitudine sia gradualmente elevata in un atto di libera volontà, cioè che l’obbedienza sia consapevole. Il fanciullo dovrebbe essere abituato… a una nobile indipendenza e a un’assoluta forza di volontà. Questo passaggio è molto facilitato se il bambino vi è stato precedentemente abituato (p. 135).

Il bambino deve gradualmente imparare a riconoscere sempre di più che egli ha la possibilità fisica di desiderare e agire diversamente, ma che egli si eleva attraverso la sua stessa indipendenza all’impossibilità morale di desiderare o di agire diversamente. Si può arrivare a questo in parte con una breve esposizione delle ragioni, dei precetti e delle proibizioni, finché ciò è utile e possibile (poiché il bambino deve anche, senz’altro, sottomettersi e obbedire incondizionatamente, nel caso in cui una spiegazione dei motivi debba essergli nascosta); in parte anche con riferimenti esplicativi alla libera volontà presente nel bambino: “Potresti agire in modo diverso, ma un buon bambino non vuole agire in modo diverso…” (p. 135).

Nella vita di quasi tutti i bambini tuttavia, anche dei meglio educati, ci sono talvolta delle sorprendenti manifestazioni di sfida o di ribellione, benché, se la disciplina è stata buona, queste dovrebbero capitare solo raramente — traccia di quella barbarie innata che fa deviare lo sviluppo della fiducia in se stessi. Questo accade per lo più verso la fine dei secondo anno di età. Il bambino improvvisamente, e spesso in modo del tutto sorprendente, rifiuta ciò che fino ad ora aveva dato molto volentieri: la sua obbedienza. Questo fatto può avere diverse cause — la cosa più importante è che la disobbedienza dovrebbe essere schiacciata fino al raggiungimento di una completa sottomissione, mediante l’uso di punizioni corporali se necessario (pp. 136-137).

[citazioni da Morton Schatzman, La famiglia che uccide].

Criterio simile, ammantato di efficienza e”simpatia”, il che è anche peggio, veniva proposto dalle teletate di un programma che ho visto in tv tempo fa.

Il criterio colpa/punizione, educatore/educato, padrone/servo, Dio/uomo, da cui si può attendere, se va bene, misericordia ed infatti c’è chi appella Dio “clemente e misericordioso”.

Gesù è tranchant, senza tanti complimenti; coglie al volo i soliti tentativi di “avvolgerlo” nella melassa religiosa o di farlo cadere in contraddizione con la Torah o con Cesare..

 Dunque cosa dice Gesù?

La morte ignominiosa di chi ha avuto il proprio sangue mescolato a quello delle vittime dei sacrifici o quella accidentale dovuta al crollo della torre non sono frutto di punizione per i peccati: non c’è Dio, il dottor Schreber, la tata, il padrone che sta lì pronto a bastonare le trasgressioni (“il Dio che atterra e suscita,/che affanna e che consola” di Manzoni non è molto diverso).

Ma Gesù aggiunge qualcosa, anzi precisa: senza conversione, i suoi interlocutori (e noi con loro) faranno la stessa fine.

Credere come esistente un tal meccanismo di controllo comporta una costituzione psichica che porrà in atto quanto creduto, ne diverrà apostolo e cercherà di strutturare lo stesso ambito sociale sull’identico modello.

Non è che l’inesistenza comporti l’inefficacia; al contrario l’inesistenza rende più arduo il giudizio.

Il pensiero di Gesù è un valido aiuto; il venerdì santo che oggi ricorre ci dice, però, che Gesù non ha fatto esattamente una piacevole fine, nè oggi gli andrebbe meglio.

Non finirebbe in croce, forse, ma in un talk show, il che, salvo che per le sofferenze fisiche temporanee, non è un gran passo avanti.

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