Buona Pasqua

Da quando ho conosciuto, anni fa, Giacomo Contri, ho iniziato a pensare la Pasqua come la festa del desiderio della resurrezione del corpo: Gesù ci si è trovato a tal punto bene da decidere di non lasciarlo a marcire in una tomba.
Tutta la storia di Gesù Cristo, infatti, è costellata da sottolineature del suo essere un corpo (pensante): incarnazione – il Natale- Resurrezione – Pasqua – salita al cielo – Ascensione.
In un post in occasione della Pasqua 2012, Giacomo Contri scriveva:

Cristo pensava l’uomo come soddisfacibile: più decisivamente, pensava che solo l’uomo, non “Dio”, è soddisfacibile, né tanto meno “Dio”è soddisfatto in sé (senza incarnazione e ascensione è per “Dio” che era finita).

Non avevo mai sentito parlare di Cristo in questi termini, nemmeno da don Giussani: è stata una scoperta per molti aspetti sconcertante perché il Gesù della predicazione clericale è normalmente un personaggio a dirla con un eufemismo, poco attraente.

Riprendendo un tema cui sto pensando in questo periodo, si potrebbe dire che Gesù è stato un uomo che ha avuto successo pur non essendo stato un uomo di successo.

La sua morte è lì a dichiarare al mondo che si tratta di uno sconfitto, di uno che non ha fatto carriera, anzi di un pericoloso malfattore, sebbene Ponzio Pilato, acutamente, gli avesse riconosciuto il titolo di Re (ricordo a tutti il bel libro dedicato a Ponzio Pilato di Aldo Schiavone di cui ho parlato nel post “passus sub Póntio Piláto“.

Penso anche ai discepoli, che di lui avevano capito probabilmente poco e che devono eterna gratitudine a Giuda Iscariota che ha avuto il coraggio di fare “outing”, liberandoli dal senso di colpa che li stava divorando poiché tutti, nessuno escluso, l’avevano pensato morto (Mt, 26, «21 Et edentibus illis, dixit: “ Amen dico vobis: Unus vestrum me traditurus est ”. 22 Et contristati valde, coeperunt singuli dicere ei: “ Numquid ego sum, Domine?”» : i Dodici pensavano a Gesù come uomo di successo, tanto che speravano fosse l’ultimo, definitivo, Messia, colui che li avrebbe liberati dal giogo di Roma e non solo.

Tutti si aspettavano un Messia molto potente, un uomo di successo “mondano”, uno che li liberasse da …

Volevano essere confermati nella logica del noi contro gli altri, del club, dell’élite, di coloro che sanno e hanno capito tutto.

Gesù li spiazza comportandosi da uomo che ha successo, nella statuizione di buoni rapporti, soddisfacenti, attraverso un trattamento da sovrano: Marta, Maria, la Maddalena, la suocera di Pietro, l’emorroissa, il centurione di cui guarisce il servo, Zaccheo.

È un Re senza obiezione a che ogni altro che incontra sia altrettanto.

Questo lo porta al punto in cui diventa insopportabile per il Potere, che non può permettere che esista uno che si permette di potere senza chiedere l’altrui autorizzazione (al clero o a Cesare) senza essere nemico, cioè senza muover guerra né al clero né a Cesare.

Il Potere ha bisogno della guerra per consolidarsi, chi lo attacca non fa che rendere esplicita la bramosia di scalzare il potente di turno per prenderne il posto, ma rendendo eterna la dinamica: l’eterna disputa per diventare uomini di successo.

Gesù non ragiona così, mina l’edificio dalle fondamenta invitando a lavorare per l’edificazione di un altro regno, con tolleranza per questo che resterà fino alla fine (Mc 14,7: “Semper enim pauperes habetis vobiscum”).

Troppo pericoloso un personaggio così, meglio eliminarlo: Gesù non desiderava morire ma gli altri lo volevano morto ed eccoci così alla sua sconfitta, non era un uomo di successo, come dicevo all’inizio.

Ma la resurrezione, l’avere conservato il corpo (Cito ancora Giacomo Contri: “motricità-sensibilità-pensiero”), considerato un valore irrinunciabile, ha reso manifesto (e desiderabile per tutti?) che quel conta non è essere uomo di successo ma avere successo.

A ogni amico, a chi vorrà diventarlo, auguro di recuperare, a partire da Pasqua, l’idea di avere successo.

Parma, 17 aprile 2022, solennità della Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo

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