Ho letto oggi le pagine del Corriere dedicate alla vicenda del bambino conteso; debbo confessare che ho visto uno spezzone dell’intervento di madre e zia a non ricordo quale programma televisivo e che ne ho tratto un’impressione penosa: le due donne non mi sono piaciute per niente (e anche meno) ed è bene dichiararlo subito, valuti poi ciascuno come gli pare.
Quanto alla polizia, premesso che non necessita delle mie difese, ci tengo a precisare che, com’è ovvio, è colpa degli agenti che sono intervenuti, a prescindere: in Italia ad un uomo o donna in divisa viene chiesto, quasi ogni giorno, di affrontare le più disparate richieste o i problemi più imprevedibili, spesso e volentieri in condizioni di urgenza e/o emergenza; può capitare di non essere all’altezza, di non valutare appieno la situazione, di non essere adeguati in quel momento, ma sono tutte scuse, in Italia non sbaglia mai chi stabilisce le norme ma chi deve applicarle e farle rispettare.
Non entro nel merito del caso specifico ma la zia che riprende col telefonino il proprio nipote, mettendo in rete immagini che lo espongono – l’adorato nipote prima ancora che la polizia (e magari tra 10 anni il ragazzo potrebbe far notare alla zia che di tutta sta pubblicità magari faceva anche a meno) – alla pubblica curiosità (chiamiamola così) e urla contro gente che deve adempiere ad una decisione della magistratura e che a tal punto non sarebbe arrivata, se chi aveva la custodia del bambino si fosse comportato diversamente, beh tutto questo mi ha francamente disgustato.
La colpa è comunque della polizia, in Italia questo succede.
La vicenda, però, mi ha fatto venire in mente una storia per certi versi simile accaduta anni fa e che mi ha visto testimone privilegiato: non farò nomi per non violare la privacy ma vorrei raccontarla.
C’era dunque una volta un baldo giovinotto, anzi un bambinello, un po’ sgraziato, cioè goffo nei movimenti, un po’ timido, impacciato, bruttino, esageratamente alto rispetto ai compagni e magro da far pietà; sa dalla madre che alla nascita era talmente magro e scuro di pelle che tutti, all’unanimità, lo hanno definito brutto.
A 8 anni soffre di apnea nervosa ma a quel tempo nè la maestra se ne accorge ( come avrebbe potuto? a scuola è uno studente modello, educato, obbediente, studioso, è bravo in ogni materia eccetto disegno) nè ci sono figure di aiuto o sostegno o che altro.
Ha anche attacchi di angoscia (che non lo abbandonerà più), almeno così me li descriveva, all’idea di allontanarsi dalla madre temendo di non ritrovarla al ritorno per paura che fosse morta.
Cotal giovinotto si viene a trovare in una situazione di grave conflitto famigliare; forse già prima della nascita di un fratello (bello come il sole, paffutello, biondo, tirabaci) ci sono contrasti forti tra i coniugi che a breve si separeranno.
La madre andrà a vivere coi suoi genitori – scelta tragica purtroppo – coi quali, con la madre, ci saranno infiniti contrasti e accuse infamanti; anche con i fratelli (della madre) questa intratterrà rapporti marcati da dura conflittualità, invidia ed odio più o meno dichiarato.
Questo quadretto famigliare, dunque, va in pezzi: il bambino non ricorda molte liti (forse una non di più ed anche questa dubitativamente) ma queste devono esserci state se la separazione dei coniugi è conflittuale come mi viene riferito.
L’oggetto principale della contesa è il figlio maggiore (visto che il piccolo ha 3 anni o poco meno, quindi è incapace di decidere e comunque non è reclamato dal padre quasi non lo ritenesse figlio suo) che sposa completamente le tesi della madre: si rifiuterà completamente a qualunque rapporto col padre, arrivando ad odiarlo al punto da avere pensato di cambiare cognome.
Costretto ad andare col padre, intorno ai 10 anni, minaccerà il suicidio.
Si trattava di pas, come si dice adesso, dopo il caso del bambino di questi giorni? non so nè mi interessa stabilirne una definizione medica o psichiatrica.
Una certezza ce l’ho: i genitori hanno lottato tra loro per dividersi le spoglie di una guerra che ha visto sicuramente uno sconfitto: il bambino, che non è stato trattato bene.
Di questo si tratta: di maltrattamenti, continuati nel tempo e spesso nascosti tra le pieghe delle dolcezza, dell’abnegazione (la mamma fa tutto per voi, si sacrifica per voi figli – il che, peraltro era anche vero), dell’amore.
Lo choc che si dice abbia subito il bambino nell’essere stato sottratto così maldestramente dalla polizia, non sarà quello a rovinargli la vita, non è quello il trauma da temere: l’insidia sta nel riuscire a giudicare i comportamenti dei genitori, a smascherare le guerre che si stanno combattendo sulla sua pelle.
Temo quei genitori e quei parenti e condivido l’idea letta oggi sul Corriere a proposito di Salomone e del famoso giudizio: avere a cuore il bambino può richiedere una rinuncia, dolorosissima non c’è dubbio, ma a volte può essere questa la scelta migliore per uscire da uno stato di guerra che non può vedere che sconfitti: non vincono nè la madre e i suoi alleati, nè il padre e neppure il bambino, alleato di uno dei contendenti e che si preclude la possibilità di fare affari, cioè guadagnarci, da una consistente parte del suo mondo.
Egli rischia di farsi paladino di una contesa non sua, senza nemmeno avere i vantaggi del bottino che in guerra si strappa al nemico vinto perchè è lui il bottino stesso, vittima chiamato a trasformarsi in carnefice di un nemico non suo.
A proposito del bambino della mia storia devo dire che ho saputo dalla competenza della mia amica Silvia Sangiorgi, ottima neuropsichiatra infantile, che ha alcuni sintomi tipici del cosiddetto ex bambino posttraumatico (essendo ancora, anche se sporadicamente in rapporto, ho potuto raccoglierli e riferirli).
Per essere meno medici devo dire che l’uomo in questione sta ancora pagando a caro prezzo quanto accaduto in quegli anni anche se è in corso un lavoro di giudizio che qualche fantasma dovrebbe sparire definitivamente.
Mi chiedo se possiamo ancora dare la colpa alla polizia.
PS: come se non bastasse, il bambino ha ricevuto pure la visita della Mussolini, della serie le disgrazie non vengono mai sole.