“Debbo io, che tengo le chiavi Del cielo e dell’inferno, solo supremo in Inghilterra, Che lego e sciolgo, con il potere del Papa, Abbassarmi a desiderare un potere più meschino? Delegato a lanciar la condanna della dannazione, Condannare i Re, non servire fra i loro servitori, È mio chiaro ufficio.”
Questa frase la ricordo da molti e molti anni.
Vidi quest’opera, Assassinio nella cattedrale, di Thomas Stearns Eliot, non ricordo esattamente dove, credo a Bologna, secoli fa ed è rimasta una delle mie preferite: non nascondo che uno dei sogni irrealizzabili che ho nel cassetto è proprio quello di interpretare Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury e primate d’Inghilterra, morto ovviamente martire.
La citazione mi ricorda la statua di papa Pio XII, di venerata memoria, che si trova in San Pietro, in Vaticano: quella statua mi ha sempre affascinato per la solennità e l’atteggiamento del Pontefice.
“Via costà con li altri cani” dice sprezzante Dante a Filippo Argenti: in realtà è Virgilio che pronuncia questa parole ma la mia memoria le attribuisce a Dante che vedo troneggiare sulla barca, nella classica rappresentazione di Gustave Dorè.
Che cosa unisce Thomas Becket, Pio XII e Dante? L’orgoglio, l’atteggiamento di chiusura (il piviale che separa il Pontefice dal mondo), una forma “raffinata” di narcisismo; è vera questa ricostruzione storica, questo accostamento è sostenibile? certo che no: de me fabula narratur.
L’orgoglio o meglio la superbia è un peccato capitale perchè si oppone, frontalmente, al regime dell’appuntamento, fondandosi su altro, sulla separazione; come la superbia, nel Cristianesimo, è considerato il peggiore dei sette vizi capitali, poiché radice di ogni altro peccato, così il narcisismo credo si possa definire quello che tutto contamina della vita psichica e fondamento di ogni malattia.
Lucifero è stato il primo superbo ed il suo comportamento ribelle ha introdotto il male nel mondo; laicamente una figura analoga potrebbe essere quella di Narciso, entrambi chiusi, ostili all’idea di ricevere il bene da un altro fino a diventare implacabili filantropi.
Ricordo che alle elementari mi capitò di svolgere il ruolo di “supplente” della maestra, cioè di farne le veci per alcuni minuti, nel caso di un temporaneo allontanamento.
Quel ruolo prevedeva il compito di tenere l’elenco dei buoni e cattivi, separati da una lunga linea retta che divideva in due la lavagna, una sorta di giudice a latere ma anche, oggi direi, un collaborazionista, una posizione scomoda che poneva una netta distinzione rispetto ai compagni senza permettere l’accesso alla “casta” degli insegnanti.
Un modo per ottenere l’amore della maestra, purtroppo a scapito di altri.
Dei danni di questo amore ho già parlato e ne ha trattato, come fonte di lavoro, Giacomo Contri in numerosissimi contributi.
Declinato oggi questo atteggiamento l’ho riscoperto in alcuni episodi che mi hanno visto protagonista: in uno di questi (che mi ha meritato la promessa di avere 1000 in pagella) che non posso raccontare per esteso, ho avuto un atteggiamento guascone nei confronti di un’autorità; non ho detto nulla di sconveniente, ci mancherebbe altro (uno dei miei motti è “Dio salvi il Re”), semplicemente la verità riguardo ad un fatto, ma quella verità e in quel contesto era assolutamente inutile, inefficace.
L’ho detta non secondo il regime dell’appuntamento, come materia prima elaborabile dall’altro in vista di un profitto, ma come testimonianza per i posteri; ho parlato spesso del tema della verità inefficace che conduce alla morte (come il buffone di Re Lear) che è una declinazione del medesimo tema.
Una mia collega, alcuni giorni fa, molto simpaticamente, mi ha detto che sono diplomatico “come un missile israeliano” (a parte il lapsus perchè i missili sono utilizzati normalmente dai palestinesi): ho molto apprezzato questo complimento ma, ripensandoci, mi ha fotografato nell’identica situazione.
Una parte delle guasconerie a cui mi dedico, ha anche l’opposto scopo, cioè quello di avere il sostegno, l’amore ovviamente, degli astanti (i colleghi, i compagni, i vattelapesca): Masaniello de noantri.
Atteggiamenti tanto speculari da essere espressione di un medesimo sentimento, cioè pensiero, di fondo.
Quel che manca, in ogni caso, è il rapporto produttivo, fecondo, con l’altro, non del tutto assente ma molto faticoso.
A che pro questa scoperta? essa rappresenta uno scibboleth, un setaccio da utilizzare quando sono tentato di assumere l’atteggiamento del “missile israeliano”, in modo che possa correggermi.
Nel frattempo, avendo incontrato la mia comandante (cosa che mi succede molto di rado) le ho reiterato la richiesta di andare a lavorare all’archivio storico.
Ricordo anche che ricorre il 70mo delle elezioni che … ma questa è un’altra storia.
Parma, 18 aprile 2018 Beato Romano (Roman) Archutowski Sacerdote e martire