Ebbene cari amici, dopo la scorpacciata di capolavori alle Gallerie d’Italia, secondo voi cosa posso avere combinato, in compagnia del mio nuovo amico spagnolo anzi asturiano?
Siamo andati a visitare un’altra mostra, stavolta a Palazzo Reale, dedicata all’Art Déco, nel centenario “de l’Exposition internationale des arts décoratifs et industriels modernes di Parigi, l’evento che segnò l’affermazione dello “Stile 1925” o Art Déco”.
Anche questa è stata una gran bella esperienza, la mostra merita.
Dell’art déco conosco poco o nulla e proprio per questo, in ossequio a questi tempi in cui vince il principio dell’uno (ignorante- come nel mio caso) vale uno (studioso competente), mi azzardo a scriverne qualcosa.
Partendo dall’ignoranza conclamata.
La produzione artistica di quel periodo identificato come art déco devo ammettere che mi piace anche se con qualche turbamento e riserva: apprezzo molto l’aspetto decorativo, quasi horror vacui, sebbene spesso provi inquietudine nell’osservare alcune opere quali, ad esempio, un piatto di Achille Calzi, tanto bello tecnicamente quanto intriso di un mistero che turba.
La stessa inquietudine che provo di fronte al Ritratto di Wally Toscanini di Alberto Martini: tecnica fantastica, protagonista ritratta evidenziando un enigmatico sguardo, poco rassicurante.
Ho parlato svariate volte di questo tema della donna che viene rappresentata come oggetto del desiderio e, nello stesso tempo, minaccia all’ordine costituito, cioè pericolo per il perbenismo borghese e per la certezza della linea di successione famigliare e, di conseguenza, patrimoniale.
Mi azzardo a dire che quel che è stato l’oriente o il meridione, il mondo della “liberazione” della sensualità, quindi desiderato e temuto, in queste opere si incarna nel sesso femminile (e non è un bel progresso).
Un’altra donna affascinante ed inquietante la troviamo nella produzione di Anselmo Bucci con La giapponese (il kimono) del 1919, ancora una volta bellezza, esotismo, mistero, inquietudine.
Guardando le opere esposte l’altra impressione che ho è quella di eccesso, come se ci fosse una riproposizione del barocco (il barocco è una categoria eterna) adeguata allo spirito del tempo: non è più la madre chiesa che “stupisce” i propri figli mostrando la propria magnificenza ed inducendoli così alla protettiva sottomissione del clero ma è l’industria, con la produzione in serie ma di altissima qualità, che pervade ogni aspetto del vivere (un’arte applicata ad ogni aspetto sociale, dalla pittura alla ceramica, alla carta da parati, all’abbigliamento).
L’industria, la filosofia positivista, la fiducia in un progresso inarrestabile emergono con prepotenza da questa produzione, comunque riservata alla classe dominante, la borghesia: forzando e non poco la storia, qualche parallelo con la tecnologia attuale e le questioni sull’intelligenza artificiale credo si possa trarre: l’uomo non può vivere senza un dio così, essendo riuscito ad ammazzare il padre, ha bisogno di qualcosa (da qualcuno a qualcosa altro passaggio non positivo) che ne occupi il posto.
Allora era la modernità come sinonimo di progresso, tecnologia, oggi è l’intelligenza artificiale.
Tornando alla mostra, tanti, tantissimi oggetti, ma tutti declinazioni di questi temi: estremo estetismo, raffinatezza esasperata (insuperabile? Il dopo dovrà ripartire da altrove?), esotismo, esibizionismo.
Il completo armamentario di una classe sociale che finalmente ha preso coscienza del suo potere, che tratta da pari se non da un gradino superiore l’aristocrazia, di cui ha preso il posto e di cui rielabora a propria immagine e somiglianza lo stile di vita.
Un’opulenza sfrontata, destinata non solo al godimento personale ma instrumentum regni della classe dirigente di un’epoca.